Di gelo e di fuoco

In una notte di dicembre del 1899, nell’Abbazia di San Filippo al Marta, in provincia di Viterbo, l’abate Francesco, un uomo corpulento dagli occhi azzurri e i capelli bianchi, sta cercando di bruciare un manoscritto, avvolto da una coperta di lana per proteggersi dal freddo pungente. Il manoscritto è il suo, e rappresenta insieme orgoglio e delusione: tanti anni spesi a stenderlo per poi accorgersi di non essere riuscito a imprimere il carattere voluto ai suoi personaggi! Le fiamme ardono, la pagina si accartoccia ma non brucia; la scrittura, minuta e ordinata, sparisce, lasciando il posto ad un bianco immacolato, eccetto che per alcune parole rimaste intatte: “Francigena” e “abate Francesco”. Che razza di prodigio è mai questo? L'inquietudine si impossessa dell’uomo, da solo nella grande e silenziosa cucina dell’abbazia; e mentre accarezza con tenerezza il suo tomo risparmiato dalle fiamme, un ululato lo fa sussultare. Il Diavolo è arrivato, lo sente, e lo sta aspettando al varco. Francesco scappa, incalzato da quella inquietante presenza; inciampa e viene soccorso da Dagoberto, un suo giovane e scrupoloso discepolo che, come suo solito, non gli pone domande indiscrete. L’abate ritorna allora nel suo alloggio, una stanza semplice e austera dotata di pochissima ed essenziale mobilia; seduto alla scrivania cerca di scrivere, ma è come se il fuoco gli abbia portato via le parole per sempre. Eppure, le parole non svaniscono nel nulla: una volta scritte, rimangono per sempre, e i personaggi, una volta inventati, vivono... ma dove sono fuggiti? Sta accadendo qualcosa di incredibile, e la scacchiera che d’improvviso appare sul tavolino di fianco allo scrittoio ne è la prova: l’abate ha proibito infatti a tutti i monaci di tenere un oggetto simile in abbazia, senza spiegarne il motivo. Ora, qualcuno l’ha introdotta in camera sua e lo sta invitando a giocare. Portando con sé alcune cose in una sacca - una moneta d’argento, un pugnale con il manico in madreperla, l’etichetta di un’azienda vinicola francese e, ovviamente il suo libro, da quale mai si separa - Francesco prende il lume pronto a trasferirsi in biblioteca, da sempre il suo rifugio dall’assedio del Male. Ma non fa in tempo ad aprire la porta: da sotto filtra un sospetto filo di luce, e poi, la campanella del portale ha suonato. L’abate è colto da un’improvvisa eccitazione: e se fossero loro? Dimentico del suo dolore alla gamba, procede zoppicando verso il massiccio portone d’ingresso: “Siete arrivati”, sussurra, mentre il portone si apre con un lieve cigolio. I suoi amati personaggi, quelli da lui stesso creati, sono proprio di fronte a lui: l’arcivescovo inglese Sigerico di Canterbury; la vedova castigliana Maria Rodriguez; il capitano di ventura tedesco Goetz Von Berlichingen; il mercante di vini francese Jean Baptiste Fournier. Quale strano e sinistro prodigio li ha portati tutti insieme, benché provenienti ognuno da epoche diverse, al cospetto del loro creatore?

Con questo affascinante romanzo, a metà strada fra lo storico e il fantasy, Guido Fiandra - ideatore del progetto - con la collaborazione dei suoi amici Andrea Zauli, Pierluigi Fabbri e Fabrizio Fangareggi celebra la via che ha visto nascere e formarsi, dal medioevo in poi, la coscienza unitaria del popolo europeo. Dichiarata Itinerario culturale del Consiglio d’Europa, la via Francigena parte da Canterbury e finisce a Gerusalemme passando per Roma, attraversando Italia, Svizzera Francia e Regno Unito: un lungo percorso che ha favorito l’incontro e l’interazione di uomini, merci, esperienze; una grande avventura che ha contribuito ad alimentare il mito di un cammino che, per quanto incredibile e affascinante, non gode della popolarità che meriterebbe, come invece è accaduto per il più noto e affollato cammino di Santiago di Compostela, probabilmente meglio valorizzato e venduto al pubblico. Di gelo e di fuoco percorre la via Francigena attraverso quattro epoche diverse, e a prendere per mano il lettore, accompagnandolo in questo lungo e avventuroso viaggio irto di pericoli, ci sono quattro viandanti, quattro personaggi dalla tenacia e dalla forza d’animo straordinarie, decisi a raggiungere la meta, ognuno con proprie motivazioni: Sigerico, uomo integerrimo, esempio di rettitudine morale, nel 990, è chiamato a Roma per ritirare personalmente dalle mani di Papa Giovanni XV, il pallium, mantello simbolo della dignità arcivescovile; Maria, povera e analfabeta, nel 1350 ha fatto voto di convertirsi alla religione cristiana (in realtà si chiama Rebecca, ed è ebrea) purché la Madonna risparmi suo figlio dall’orrore della peste; Jean Baptiste Fournier nel 1825 è un ex rivoluzionario che non resiste al fascino femminile e una volta a Roma vuole vendere uno dei suoi vini, il “Sole di Borgogna”, direttamente al Papa. Al capitano di ventura Goetz Von Berlichingen, nel 1550, spetta invece un cammino di redenzione, in viaggio verso la Terra Santa per pacificare l’anima, sulla quale pesano un numero infinito di uccisioni. Ogni autore ha dato voce ad un personaggio secondo il suo personale stile, mentre le parti comuni sono state scritte a quattro mani: i rocamboleschi racconti dei pellegrinaggi - scritti quasi in forma di sceneggiatura, tanto sono ricchi di immagini vivide e spettacolari - prendono forma dinnanzi al fuoco e al cibo ristoratori offerti dalle austere mura dell’Abbazia di San Filippo al Marta, mura impregnate di una presenza oscura con la quale l’abate Francesco e i suoi amati viandanti dovranno alla fine misurarsi.

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER