Di guerra e di noi

Settembre 1917, Castenaso, Bologna. Il primo conflitto mondiale imperversa ormai da due anni e sta richiedendo grandi sacrifici alla famiglia Chiusoli: ha dovuto rinunciare alle braccia del capofamiglia Gaetano, più utili in guerra che al mulino, non potendolo sostituire in alcun modo se non con i quattro esili arti dei due giovani figli, Ricciotti (nove anni) e Candido (sei anni), con quelle più mature della moglie Rosa e di altri tre braccianti vecchi, o giudicati non idonei per il combattimento. Ad aggravare ulteriormente la situazione giunge la notizia della morte di Gaetano, che impone a Ricciotti di crescere in fretta, per prendersi cura della sua famiglia. Decide così di andare lui stesso al collegio Ungarelli di Bologna, al quale è ammesso gratuitamente in quanto orfano di guerra, lasciando invece Candido a casa, intuendone la necessità di non staccarsi ancora dalle attenzioni materne. Dopo un traumatico primo periodo di ambientamento, Ricciotti riesce sia a stringere diverse amicizie con il ricco Enzo, l’anarchico Franchi e il talentuoso giocatore Angelo Schiavio, che a imparare a convivere con le severe regole dell’istituto, mostrando tutto il suo potenziale di studente. Alla fine del suo percorso, tre anni più tardi, la direttrice del collegio caldeggia per Ricciotti il proseguimento degli studi, in modo da ottenere la licenza media, ma il ragazzo è irremovibile, deve andare a lavorare per poter contribuire al mantenimento della famiglia. La dirigente decide allora di aiutarlo, raccomandandolo per un posto alla Casa del Fascio di via Marsala, al cui vertice c’è Leandro Arpinati…

Pediatra bolognese all’esordio letterario, Marcello Dòmini mette in scena una saga familiare che abbraccia il periodo dei due conflitti mondiali (1917-1945) - la cosiddetta “Età della catastrofe” di Eric Hobsbawm. L’intento è narrare i principali avvenimenti dal punto di vista di una famiglia contadina della provincia di Bologna, spiegandone le scelte, le paure, le speranze e le aspirazioni. La lente che funge da filtro tra la storia e la Storia è Ricciotti (Ciotti), la cui vita si intreccia con quella di diversi personaggi, storici e non, ai quali è il compito di guidare il protagonista alla comprensione di ciò che gli succede intorno. C’è innanzitutto il fascista della prima ora Arpinati (personaggio storico), con il quale Ciotti stringe una profonda amicizia, rimanendogli sempre a fianco, nel bene e nel male, giudicando l’uomo prima ancora del suo colore politico. C’è inoltre il prima anarchico e poi partigiano Franchi, con il quale Ricciotti è e sarà perennemente in conflitto, non riuscendo a comprendere la sua dicotomica visione del mondo. C’è poi Enzo, simbolo della medio-alta borghesia: fascista con i fascisti, partigiano con i partigiani. E c’è infine Candido, partigiano convinto, nobile e generoso, che sarà in grado di instradare il fratello nella giusta direzione nei momenti decisivi. È di queste persone che Marcello Dòmini si serve maggiormente per fare chiarezza nel mare magnum del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Attraverso le loro voci e il loro dialetto vengono commentate le leggi razziali, l’ingresso in guerra dell’Italia, il 25 luglio e l’8 settembre 1943, e, infine la tanto attesa Liberazione. Semplice, onesto e coinvolgente fino alla fine, Di guerra e di noi è un romanzo che vale la pena leggere, anche e soprattutto per imparare a distinguere il Bene dal Male.

 


 

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