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Di perle e cicatrici

Di perle e cicatrici

Avvenne poco dopo l’undici settembre, quello del 1973, che “a qualche capoccia in uniforme venne in mente di organizzare una campagna di donazioni per aiutare il governo”. Una serata di gala in cui le signore furono invitate a prendere parte attivamente alla vita politica del paese donando qualche gioiello. Ecco il sacrificio che furono costrette a compiere, da cosa si dovettero separare per liberare il paese dal comunismo... Cosa non successe in quelle serate intellettuali ospitate da Mariana Callejas. Si leggevano Proust e Faulkner, mentre passavano caviale, whisky e Camembert. Tanti intellettuali e scrittori passavano per quei corridoi elogiando le virtù dell’ospite, e mentre si relegavano a mere iniziative di propaganda marxista le chiacchiere sui ganci sanguinolenti della tortura, sulle auto senza targa che prelevavano onesti cittadini, proprio Mariana Callejas alzava il volume dello stereo, perché non si sentissero le voci dello scantinato... “Molti di noi che piangevamo sugli accordi di Cuando me acuerdo de mi paìs, non avremmo mai pensato che l’esiliato sarebbe tornato trasformato in una classe politica capace di ripetere abitudini colonizzatrici apprese nel vecchio mondo”. L’esiliato che torna, il compatriota che all’estero si è fatto un nome e si ripresenta come un uomo nuovo che non ricorda più chi era. Il senso di una ferita come quella della dittatura è anche questo, è uno spartiacque doloroso tra le persone come erano prima e come sono adesso, tra chi è fuggito e chi è rimasto...

Di perle e cicatrici, pubblicato in Italia da Edicola Ediciones, la casa editrice italo-cilena con sede a Santiago e Ortona, è il libro che racconta l’inganno politico e sociale che fu la dittatura di Pinochet. Lemebel, “un linguacciuto omosessuale comunista furente di passione e di ardore guerresco”, come lo ha definito Federica Arnoldi, scrisse per la radio le settanta cronache raccolte nel libro, che è stato pubblicato per la prima volta solo nel 1998. “Lemebel non ha bisogno di scrivere poesie per essere il miglior poeta della mia generazione. Nessuno arriva più in profondità di Lemebel. E per di più, Lemebel è coraggioso, vale a dire che sa aprire gli occhi nell’oscurità, in quei territori nei quali nessuno osa entrare”. Così si è espresso Roberto Bolaño. Ed è inutile dire che ha ragione, perché quello di Lemebel è un canto poetico e rabbioso, una lotta feroce della ragione contro il silenzio o l’urlo sconclusionato, uno sforzo per dominare con la ragione, armata di una ricchezza lessicale che sfocia nel pittorico, un corpo che si contorce dal dolore per l’oppressione sessuale, sociale e politica. Queste cronache hanno qualcosa del racconto, la finzione della forma, e qualcosa della realtà, un’amarezza trasversale per quello che è successo e che succede: infatti Lemebel, attraverso la radio, fu il narratore del prima e del dopo; fu in grado di cogliere non solo gli orrori della violenza della dittatura, ma anche le spiacevoli ipocrisie del cammino incerto del Cile verso una democrazia traballante, senza mai cedere alla retorica che vede vittima e aguzzino scambiarsi di posto nell’alternanza delle stagioni politiche.