Diario dell’anno della peste

All’inizio di settembre del 1664, la peste imperversa in Olanda. La voce corre fino a Londra, attraverso le lettere dei mercanti e di tutti coloro che tengono la corrispondenza con l’estero. Nonostante il governo ne sia a conoscenza e indica riunioni per pianificare il contenimento dell’epidemia, la notizia presto non sembra più essere urgente e il popolo se ne disinteressa, “come se non riguardasse nessuno di noi o potesse bastare la speranza che non fosse vera a neutralizzarla”. Alla fine di novembre, o all’inizio di dicembre, due francesi muoiono di peste all’altezza di Drury Lane, in quella periferia di Londra densamente popolata dagli strati più bassi della popolazione. Eppure, dopo un ulteriore morto nell’ultima settimana dell’anno, il 1665 inizia con sei settimane di tranquillità, dopo le quali viene addirittura negata la minaccia di un’epidemia incombente. Ma il 12 febbraio muore un altro uomo e si inizia a credere che la peste si annidi tra gli abitanti della zona. Con il freddo e il gelo dei mesi invernali, l’allarme sembra rientrare nuovamente e ancora una volta la popolazione pensa di avere scongiurato il peggio. Intanto, nelle parrocchie di St Giles e St Andrew il numero delle sepolture aumenta in maniera considerevole. Presto il morbo ricompare e si diffonde in altre parrocchie. S’iniziano a ispezionare le case e si scopre che “in realtà la peste era diffusa ovunque, e che ogni giorno mieteva un gran numero di vittime”: le famiglie avevano tentato di insabbiare i casi di contagio casalinghi per non essere trattati come appestati da amici e conoscenti. Nel frattempo, uno stuolo di fattucchieri e medici da strapazzo aveva offerto alla povera gente profezie sulla fine dei tempi e medicamenti miracolosi, esacerbando gli animi di tutti i londinesi. Neppure le misure di contenimento varate dal sindaco per bloccare l’espansione dell’epidemia nella City avevano avuto effetto: con giugno arriva il caldo e il contagio si propaga in modo terrificante…

Scritto nel 1722 e inizialmente pubblicato anonimo, il Diario dell’anno della peste (Journal of the Plague Year) è un memoriale romanzato della terribile pestilenza che investì Londra nel 1665, un anno prima del Grande incendio. La forza di questo libro è la sua attualità: sono delle campane che suonano a distesa e avvertono gli uomini di tutti i tempi che le epidemie non vanno prese sottogamba. Il Diario, com’è naturale, riflette lo stato delle conoscenze del tempo in cui è stato scritto, tanto che alle riflessioni sulle dinamiche di diffusione del morbo e sulla necessità di prendere provvedimenti restrittivi che evitino gli assembramenti, fa da contraltare la certezza che il morbo sia una punizione divina e che solo Dio abbia concesso il miracolo del suo arresto. Ma questo libro è molto di più. Defoe modella un’abile mescolanza di aneddotica, penetrazione psicologica dell’animo umano, valutazione sociologica, economica e politica delle conseguenze della pestilenza. Le reazioni dei cittadini sono elencate con dovizia di particolari; la ricerca delle cause di certi comportamenti collettivi è portata avanti col rigore del moderno scienziato; non manca un certo gusto del racconto di gesta e tribolazioni di malati o fuggitivi. Nonostante, bisogna ammetterlo, Defoe ritorni spesso sugli stessi concetti, il Diario è un monito a non sottovalutare la portata psicologica che l’epidemia può avere sulla popolazione: le pagine sono piene di persone che urlano disperate, di isterici che corrono per le strade e diffondono il morbo, di persone terrorizzate che si isolano da tutti, di avidi manipolatori che accalappiano i creduloni e gli ignoranti. Insomma, c’è un messaggio di fondo che sopravvive al tempo, un nucleo di senso fondamentale che Defoe ha avuto la maestria di tratteggiare con precisione: le epidemie sono inevitabili, così come il loro diffondersi; al contrario, è la salute fisica e mentale delle persone che può essere preservata, senza tentennamenti e tergiversazioni. Questo significa che le autorità devono prendere decisioni drastiche e che la verità non deve essere insabbiata per mero opportunismo. Contro le epidemie l’unica soluzione è la clausura della popolazione, la sincerità dei governanti e, direbbe Defoe, la fede in Dio.

 


 

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