Salta al contenuto principale

Diario di bordo del Mare di Cortez

Diario di bordo del Mare di Cortez

L’impulso a scrivere un libro sul Golfo della California (un tempo chiamato Mare di Cortez, un tratto di mare che separa la penisola della California dal Messico) deriva dalla curiosità verso l’osservazione delle specie presenti e dalla raccolta a fini di studio dei campioni. Inevitabilmente ha come risultato diventare parte del luogo, entrare in sintonia col mare e le terre che vi si affacciano. Come si organizza una spedizione di questo genere? Come valutare il materiale da portare per la raccolta e lo stoccaggio dei reperti? In pochi hanno studiato la zona, un golfo lungo e stretto, pericoloso e soggetto a burrasche, da affrontare con prudenza (inoltre la lettura del Portolano non dà molte soluzioni) e non è l’avventura a spingere Ed e John, ma la volontà di raccogliere organismi marini da portare sulla terra ferma. La diffidenza dei pescatori rende difficile noleggiare una barca, il solo a prestare interesse è Anthony Berry del peschereccio “Western Flyer”. Meno incline alla partenza l’equipaggio, che trova folle l’iniziativa. Sette persone che staranno a bordo per sei settimane hanno bisogno di molto cibo, abbigliamento adatto e varia attrezzatura. Non tutto può filare liscio e gli errori sono inevitabili in viaggi verso regioni sconosciute e per questo “andrebbero fatti due volte. Una per commettere gli errori e l’altra per correggerli”. Libri, materiale fotografico, reti, boccette, formaldeide, mentolo, bisturi, un microscopio, i permessi di navigazione. È giunto il momento dei commiati, tutto è pronto alla partenza...

Luigi Sampietro, curatore del volume, ha ammesso che questo diario, che raccoglie la narrazione del periodo trascorso a bordo della “Western Flyer”, sia tra i libri di John Steinbeck (1902 – 1968, Nobel per la letteratura nel 1962) il meno letto. Lontano da titoli celebri come Uomini e topi, Furore (col quale vinse il Pulitzer nel 1940) o La valle dell’Eden. È il mare il protagonista di questo saggio, con la sua simbologia, le paure che risveglia e l’eccitazione che mantiene viva, perché in fondo “l’oceano con le sue grandi e oscure profondità è simile ai livelli più oscuri e profondi delle nostre menti”. Uno dei temi cari all’autore è la consapevolezza di sé e la sintonia con la Natura, di cui tratteggia con immagini vivide gli elementi, la forza e la bellezza selvaggia in relazione all’umano. Lo stile narrativo, chiaro e semplice, tratto distintivo di uno Steinbeck che evitava il filosofeggiare, un “poeta dell’ordinario” cresciuto con le suggestioni impresse dalla lettura in giovane età de La morte di Re Artù di Thomas Malory. Nonostante le luci e le ombre che accompagnano l’immaginario legato a Steinbeck, soprattutto in seguito alle rivelazioni della seconda moglie Gwyn, l’autore dimostra in quest’opera e nel saggio introduttivo dedicato all’amico Ed Ricketts la profondità dei suoi sentimenti di stima e amicizia. Quello descritto è un viaggio dalla doppia natura, scientifico ed emotivo: “Una cosa ci aveva profondamente impressionato nel corso di questo viaggio: il grande mondo era scomparso molto rapidamente. Avevamo perso la paura, la ferocia e il contagio della guerra e dell’insicurezza economica. Questioni di grande importanza che ci eravamo lasciate alle spalle avevano perso valore”.