Diario di un dolore

Il dolore rende irrequieti, come la paura; rende pigri nei gesti più quotidiani; apre una lontananza tra sé e gli altri. Il dolore per un lutto tanto grande, quanto la perdita della donna amata, rende impossibile godere della compagnia di amici e parenti, ma al contempo si ha terrore della solitudine. Al lavoro o in strada, si percepisce distintamente l’imbarazzo altrui, per l’indecisione di accennare o meno alla morte, per il non saper cosa dire, per il riuscire intollerabile al sofferente sia sentir parlare dell’amata, sia sforzarsi di non richiamarla alla memoria. Il tempo sembra fermarsi e tutto diviene irrilevante, tranne lo strenuo sforzo di trattenere qualcosa di lei: se non si ha una bella foto, la mente impegnerà il tempo a fissare un’immagine senza tempo in un ricordo da adorare. Ma è bene che ciò non accada: è bene evitare di trasfigurare una realtà perduta in un’idealità immobile e posticcia. Tuttavia, questo preme come la cosa più necessaria: di rendere in qualche modo presente ciò che è assolutamente perduto, di immaginare per le proprie azioni il buon giudizio di lei, di rimediare un qualche equilibrio da ciò che è irrimediabile. È bene evitare, perché il corpo ricorderà comunque. Il corpo reagirà all’assenza con la mancanza, riporterà a galla i ricordi di una persona reale, resistente, radicalmente altra da sé: perché laddove le menti pure tendevano a unirsi e combaciare, i corpi amavano il diverso, l’opposto, il complemento. Allora ognuna di queste occasioni ripiomba la mente della disperazione, facendo crollare il fragile equilibrio trovato per continuare a vivere. E se, inoltre, tutto questo è connaturato al matrimonio, poiché è inevitabile che a un certo punto ci si separi, allora dov’è Dio? Come può un uomo fidarsi di un Dio che non soltanto permette, ma sembra volere l’ineluttabilità di un tale dolore? Come potrà mai un uomo superare lo stato di lutto, continuare a vivere?

Lewis risponde solo in parte e, nel corso del testo, risolverà chiaramente solo in parte; ma annota. In questo diario di spiazzante sincerità, l’autore apre ai lettori il proprio lutto per la morte della moglie; lo descrive per episodi, per brevi annotazioni, per sporadici appunti di pensieri e di accadimenti. Quello che stupisce è la profondità e soprattutto la lucidità di una introspezione così sofferta, traccia di una razionalità vigorosa e ben presente nel momento della scrittura. Molti sono i passaggi lirici, appassionati e commoventi senza sforzo; tuttavia non vi è l’intento di offrire con immediatezza la realtà del dolore, ma un resoconto ragionato delle sue evoluzioni. Steso mano a mano, Diario di un dolore non è una ricostruzione retrospettiva ed evita quindi di manipolare i ricordi per dare loro un senso troppo unitario, troppo letterario; al contempo, non è neanche un vero e proprio diario di sfogo immediato, di registrazione fotografica di stati d’animo. La sincerità, quindi, non va a scapito della consapevolezza, né viceversa. Difatti si ritrovano, anche in questo breve e anomalo scritto, tutti i temi cari alla letteratura di Lewis: l’inesplicabilità per l’uomo della giustizia di Dio, la difficile necessità di una morale, la paradossale disumanità di un mondo divino, che è dovuta all’inaccettabile natura fallace e debole dell’umano. Ma quanto era rappresentato, in A viso scoperto o ne Le lettere di Berlicche, con la forza di una scrittura fiabesca e allegorica, in questo Diario è invece reso nella sua urgenza e nella pregnanza per la vita attuale. Lewis, insomma, riesce nel difficile compito di rendere in una prosa scorrevole e in un resoconto ragionato quanto di meno scorrevole e ragionevole ci possa essere nella vita: il dubbio religioso, l’abbandono alla propria solitudine, il lutto. Foto di Walter Stoneman © National Portrait Gallery, su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND 3.0.

 


 

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