Dieci cose che avevo dimenticato

Dieci cose che avevo dimenticato

Giovanna ha 35 anni, è umbra di origine ma parigina di adozione. Dopo la laurea ha dedicato tutta se stessa al lavoro, per lei fonte di motivazione, energia, soddisfazione. Si gode i frenetici ritmi parigini accompagnata da un gatto e da una specie di fidanzato fricchettone, silenzioso quasi come il gatto. Marta, la sorella minore, dopo la laurea a Milano è tornata in provincia, in Toscana, assecondando la scelta professionale di suo marito dal quale ha avuto un bambino che adora. Così unite da ragazzine, così distanti da adulte: gli impegni professionali dell’una e quelli familiari dell’altra rendono quasi impossibile passare del tempo insieme. Forse non sono solo i fatti della vita a tenerle lontane: in fondo, quasi senza riconoscerlo, ciascuna vede nell’altra la soddisfazione delle proprie insoddisfazioni. Sospese in questo limbo di doveri e quotidianità, sono costrette a rimettersi in discussione quando arriva la terribile notizia della morte della nonna, che le ha accudite, bambine, nelle campagne umbre amandole come figlie, con fermezza e tenerezza, insegnando loro la poesia della pasticceria. Già, la pasticceria: la nonna era titolare di un forno con cui deliziava tutto il paese di ColleStefano e nemmeno quando l’attività era cessata aveva voluto venderlo. Così, Giò e Marta si ritrovano ereditiere in un angoletto di mondo dal quale erano quasi fuggite più di 10 anni prima. Che fare? Vendere o salvare la tradizione della nonna adorata? L’inattesa trasferta riporta le due sorelle nelle atmosfere e nelle amicizie dell’infanzia, però con le consapevolezze dell’età adulta…

A questo romanzo, piacevole e garbato, non ha giovato la pubblicazione, nel 2017, del vibrante Pane al limone con semi di papavero. Gli elementi narrativi di base, quelli su cui si regge l’impianto della storia, sono simili: due sorelle con un rapporto conflittuale, che vivono vite quasi agli antipodi, riunite casualmente da un lutto che le rende ereditiere di un forno. Anche l’ambientazione bucolica, da qualche parte, si richiama. Non che ci sia nulla di spiacevole in sé ma quello che manca qui è la capacità di far decollare la storia, approfondire i personaggi, collegare gli elementi narrativi in un flusso che conduca anche il lettore nel medesimo processo di evoluzione emotiva e psicologica. Alcuni dettagli della storia sono poco contestualizzati, quasi bidimensionali, come la vicenda personale della nonna e quella dell’amica Anna. Spiace poi che nella parabola personale delle due donne, le parole più dirompenti, che in qualche modo innescano le riflessioni, siano in bocca a uomini. La figura di Marco, volutamente ambigua, arriva a una doppiezza che poco trova contrappunto nel più “sano” marito di Marta, bistrattato senza una vera ragione e sul finale appena riabilitato. Ciò che sappiamo è che all’autrice non mancano verve e ironia, come testimonia il piacevolissimo ceraunavodka.it; di sicuro ci sono spunti interessanti nella storia, scritta in maniera scorrevole e senza cercare inutili psicologie da quattro euro: forse è solo la taglia del romanzo a non aver giovato fino in fondo alle due sorelle Mantovani.



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