Difendersi

Difendersi

Se la violenza fa parte della natura, il convogliarne le forme, i limiti ed il diritto al suo esercizio nell’alveo della liceità, della legittimità e della legalità è questione antica quanto la coscienza dell’essere umano e la formazione del consorzio sociale. Il discernere tra violenza esercitata in termini di sopraffazione oppure in termini difensivi dovrebbe essere il primo discrimine evidente che attiene al diritto naturale. Eppure sono i pilastri ideologici sui quali si basano le differenti società costituite ad attribuire diversa valenza all’uso della forza a seconda dei princìpi socioculturali sui quali queste gettano le proprie fondamenta. Gli endemici ed ossessivi stereotipi razziali statunitensi, ad esempio, fanno sì che una giuria di bianchi mandi assolti i poliziotti autori del pestaggio del nero Rodney King, interpretando le azioni istintive della vittima – il tentare di rialzarsi, il parare i colpi – come una “minaccia” per gli agenti (5 in azione, altri 20 sulla scena). Ecco che quello che è un esercizio aggressivo della violenza diviene “diritto alla difesa” riconosciuto agli agenti, ritorcendo contro la vittima il diritto istintivo alla propria preservazione. Il tramutare in crimine ogni tentativo di difendere la propria vita o la propria identità, convertendo l’autodifesa in un atto di aggressione contro l’oppressore è la cifra costante delle società discriminanti. Viene così ribaltato il concetto di “difesa” con la scelta selettiva dei soggetti degni di esercitarla ad esclusione di altri. Al pari del secondo emendamento (il diritto di armarsi) caro agli Stati Uniti che, Patria della democrazia(?), hanno di fatto negato per secoli ai “non bianchi” tale diritto. Diritto peraltro basato su una Costituzione (1787!) che, recita: “gli uomini sono stati creati uguali e tutti hanno avuto dal Creatore gli inalienabili diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”... non è così di fatto sancita l’esclusione dei neri dallo status di essere umano? Paradigmatico il fenomeno dello schiavismo applicato “legalmente” fino al 1865 e le successive leggi segregazioniste in vigore fino agli anni ’60. Di caso in caso tale esclusione può riguardare donne, omosessuali ed altri gruppi identificabili per genere, razza, religione, orientamento politico o censo. Qual è la soglia, sia essa sancita per legge o meno, del diritto all’uso della violenza?

Dal sottotitolo “Una filosofia della violenza” ci si aspetterebbe l’esposizione di una teoria o un approccio organico alla questione posta dal tema della violenza e della difesa. Invece non emerge alcun impianto teorico, né le parole di Elsa Dorlin nelle prime pagine sul tema della vittima che “difendendosi diventa indifendibile” aiutano a chiarire: “In questo libro si vogliono cogliere proprio queste due logiche di assoggettamento, che convergono in una stessa soggettivazione infelice, contro una tecnologia del potere che ha utilizzato questa logica difensiva in modo fortissimo al fine di ottenere la sua perpetrazione”. Il testo assume più che altro i contorni di una panoramica un po’ selettiva che va ad esplorare, a salti, fenomeni di sopraffazione e diritto alla difesa – anche offensiva – in diversi contesti, dallo schiavismo al femminismo, dalle Black Panthers alle arti marziali, senza porre la questione del rapporto che intercorre tra il singolo e l’esercizio del potere e della forza che da esso discende: ovvero cosa accade all’individuo, a prescindere da genere, orientamento sessuale e razza, quando si trova in condizioni di vantaggio. In realtà l’autrice sembra replicare un difetto d’approccio tipico della pur criticata società americana: quello consolatorio e non risolutivo (i disastri del politically correct dovrebbero essere ormai sotto gli occhi di tutti) di attribuire orrori o virtù in base alle condizioni naturali, in una dicotomica e semplicistica contrapposizione (molto a senso unico) maschio-femmina, bianco-nero, carnefice-vittima e via così. Più complessa e meno consolatoria sarebbe stata l’analisi sull’esercizio di sopraffazione e violenza “quando se ne ha l’opportunità” che andrebbe a scalfire la convinzione che la soluzione ai problemi sia la categoria d’appartenenza degli agenti sociali. Come spiegare, fuori da questo schema, l’etnocentrismo “difensivo” (leggasi razzismo) di alcuni gruppi “vittimizzati” per definizione accettata, il massacro etnico tra Hutu e Tutsi, o come valutare l’esperienza di Condoleeza Rice, l’acclamata – in quanto donna e nera – “Principessa guerriera”, sostenitrice della “guerra preventiva” che sulla base di menzogne costruite ad arte, spinge per il bombardamento di civili causando migliaia di morti? Non è violenza ed esercizio del potere? Come spiegare le violenze nel mondo gay, le sopraffazioni ed il “femminicidio” nelle coppie lesbiche o le umiliazioni sessuali inflitte dalle soldatesse ai prigionieri iracheni incatenati? Si potrebbe continuare all’infinito, dalla “Madame” nigeriana alle donne di camorra... Non sarà che il trovarsi “dalla parte giusta della pistola” ingeneri meccanismi perversi e trasversali che attengono più alla malvagità dell’animo che non al corpo di chi l’ospita? La disamina offerta da Difendersi è infine appesantita da una scrittura molto accademica utilizzata anche per l’esposizione dei concetti più semplici che, congiuntamente alla scelta, legittima ma un po’ ingolfante, di declinare tutto anche al femminile (“...la violenza a cui si sono convertiti-e i-le sopravvissuti-e è allora...”), finisce per produrre po’ di grippaggio nel meccanismo di lettura e, assieme ad una media di 65 note per capitolo – 589 in tutto –, fa risultare l’incedere delle pagine abbastanza faticoso.



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