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In difesa del cibo

Sugli scaffali dei supermercati oggi si trovano migliaia di prodotti commestibili che vengono venduti come cibo ma non sono realmente cibo. Eppure, paradossalmente, pretendono di essere sostanze commestibili più sane e salutari del cibo tradizionale. È una delle conseguenze dell’avvento del “nutrizionismo”, un approccio che “ha diffuso tre perniciose leggende: ciò che importa non è il cibo ma i «nutrienti»; poiché i nutrienti sono invisibili (…) c’è bisogno di esperti per decidere cosa mangiare; lo scopo del mangiare è promuovere la salute fisica nel senso stretto del termine”. Questo approccio, unito all’industrializzazione del sistema alimentare, ha diffuso un tipo di alimentazione – scatolame, piatti pronti, cibi light o addizionati, preparati di varia forma e consistenza – che sebbene si autodefinisca come più salutare dell’alimentazione tradizionale (che viene invece presentata come primitiva, rozza e pericolosa per la salute perché, per esempio, mediamente troppo ricca di grassi animali) in realtà ha causato l’aumento esponenziale di obesità, patologie cardiovascolari e tumori. Come è stato possibile tutto questo? Perché più cresce l’attenzione al “valore nutrizionale” dei cibi in vendita e più incredibilmente le cose sembrano peggiorare anziché migliorare? “Come consumatori siamo sempre di più in balia di un complesso alimentare industriale che comprende scienziati in buona fede (…) e venditori pronti a sfruttare qualsiasi loro mutamento d’opinione”…

Michael Pollan, docente di giornalismo all’UC Graduate School of Journalism di Berkeley, si occupa di alimentazione sin dal 2006, quando pubblicò l’epocale saggio Il dilemma dell’onnivoro. Sin dall’introduzione al volume, con lucidità e autoironia, si domanda se non possa sembrare un po’ ridicolo ai lettori europei – e più ancora mediterranei – che proprio un americano faccia la predica sul cibo sano, “quando sono stati gli Stati Uniti a inventare il fast food e ad aprire la strada all’agricoltura industriale e al cibo industriale”. Chiede però un poco di indulgenza sottolineando che proprio perché gli americani hanno potuto toccare con mano le disastrose conseguenze sanitarie per la salute di questo modello alimentare hanno iniziato a metterla in discussione e a provare un’inversione di rotta: non a caso negli Usa l’alimentazione è anche un tema di campagna elettorale presidenziale, cosa in Italia (per il momento) impensabile. E a onor del vero leggendo il libro – soprattutto il capitolo sulla “guida agli acquisti” nel supermercato, in cui l’autore consiglia di immaginare, mentre si fa la spesa, di avere accanto a noi la nostra bisnonna e di non acquistare nulla che lei non riconoscerebbe come cibo abituale – salta agli occhi quanto in Italia per fortuna resista ancora l’abitudine a consumare una larga fetta di alimenti (e bevande) tradizionali, quello che Pollan chiama “cibo vero”: frutta, verdura, pasta, formaggio, uova, vino, latte e così via. Meglio così, ma comunque mutatis mutandis la tendenza ad affidare all’industria e al riduzionismo nutrizionista la creazione dei modelli alimentari è evidente anche nel nostro Paese. Il messaggio che Pollan vuole mandarci con il suo libro (che è diventato anche un acclamato documentario) in sintesi, è: mangiate cibo vero, con moderazione e prediligendo frutta e verdura. Tra un cibo tradizionale che oggi ha una cattiva fama – esempio classico, il burro – ma che i vostri antenati consumavano abitualmente e un cibo di sintesi industriale che promette di essere light, senza zucchero etc etc, preferite sempre il primo. La tesi di Pollan è che il vostro apparato digerente, il vostro microbiota, i vostri geni, la vostra evoluzione siano strettamente legate al cibo consumato nel vostro territorio da millenni e che la nostra scienza della nutrizione sia ancora troppo primitiva per permettersi di elaborare “cibi salutari” senza trascurare nutrienti essenziali o interazioni biologiche ed epigenetiche decisive.