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Disorder

Disorder
Anno quarto del secondo Governo Berlusconi. In un grande appartamento romano vive una famiglia della vecchia borghesia intellettuale, gli Orsini: l'atmosfera è di decadenza, non solo perché qualsiasi cultura è anacronistica nell'era dei reality show, ma anche perché i giovani virgulti di famiglia Guido e Benedetta ciondolano postlauream, “inseguendo vaghe ambizioni artistiche, e sdegnando con arroganza i lavori dell'epoca forzista: né interinali, né stagisti, né niente”. Le giornate passano malinconiche, a sorseggiare caffè e spedire curricula via mail, le notti vanno via tra amori complicati, musica ascoltata in macchina, birre bevute al Gianicolo parlando della Roma, anch'essa preda di una inesorabile decadenza dopo i fasti dello scudetto 2001. Si vive di ricordi, e non solo quando si chiacchiera di pallone: Guido ripensa a quella vacanza-studio ad Edimburgo, nel 1994, a quella sedicenne un po' coatta, come si chiamava? Ah, già, Simona, “sguardo traditore e un seno che fa male”...
Malgrado lo sembri – e forse creda di esserlo – questo Disorder non è un romanzo di formazione: piuttosto un caotico zibaldone di pensieri, il testamento di un giovane (“quello che ascolta i Joy Division”, da cui il titolo, che è anche se vogliamo un manifesto stilistico) costretto dall'inesorabile marcia del tempo a entrare nell'età adulta, quella del lavoro - o meglio della ricerca, della necessità filosofica se non materiale di un lavoro - e del fisco. Gli rimane inchiodata sulla porta dell'anima la nostalgia del suo passato da studente borghese, quando poteva fare finta che non esistesse “un futuro diverso dal sogno più vivido che sia mai stato sognato”, ma il mondo - anche il suo, persino il suo, fatto di buone letture, buona musica, ironia, giornali, gatti, poltrone e tazzine sbeccate in una grande casa del placido Monteverde Vecchio - incalza, crudele. Al diario generazionale si affiancano digressioni esistenziali (struggenti le pagine dedicate al padre) a tratti quasi in versi, e non poteva mancare un pizzico di satira politica. Un Gianfranco Franchi ancora molto acerbo, ma tra le pagine già s'intravede la sagoma dell'ultrà mitteleuropeo e gianicolense.