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Distanza di Fuga

Distanza di Fuga
La vita di Zoe sembra consegnata alla fuga: fugge dai giornali, dalla televisione, dalle manifestazioni politiche, da una certa parte di vita. Le sue relazioni appaiono come istintive e si sposta sempre di fretta, come se fosse seguita da un filo invisibile che la collega a qualcosa di spaventoso, su un vecchio motorino. Il suo mestiere è quello della fisioterapista, Zoe raggiunge i suoi clienti muovendosi sulle due ruote, tra le strade di una Genova presente che conserva tutto il fascino insieme ai segni del tempo che passa. Zoe corre, fugge principalmente dal ricordo, dimostrando così di essere l’esatto opposto di suo nonno, legato invece al passato e accanito conservatore di articoli, fotografie, documenti dell’episodio che ha segnato irrimediabilmente il destino della loro famiglia. Sono passati gli anni di piombo e, con loro, qualcosa è andato perduto e quello che è rimasto da solo dolore. Dal padre, Zoe, ha ereditato la passione per l’etologia ed alcuni meccanismi del comportamento degli animali li ritroviamo nel comportamento di Zoe, come ad esempio vengono affrontate le relazioni “istintive ed animali” o come, Zoe, tenga a bada e alla debita distanza chiunque provi a stringere una relazione con lei. Zoe si lascia vivere, tenendosi al riparo e tutto questo può sembrare un contraddizione perché il suo nome, in greco, significa vita. Un lutto indelebile segna i suoi giorni, da quando aveva otto anni. Zoe ha visto tutto e ha rimosso quel tutto. L’incontro casuale con Pietro segnerà l’inizio di una relazione dove anche il dolore inizierà a salire verso la superficie, insieme a un senso di redenzione e solitudine…
La storia inizia e prosegue la sua narrazione con un linguaggio semplice, essenziale, fatto di frasi che scavano dentro ai sentimenti e alla memoria del lettore, accompagnandolo nelle pieghe di anni che magari non ha mai vissuto. “… e perché una bambina di otto anni dovrebbe voler ricordare di aver guardato negli occhi l’assassino di suo padre?”, con questa frase si riassume tutto il dolore che le pagine contengono e come Silvia Bonucci abbia saputo raccontarlo. La Bonucci, collaboratrice di Nanni Moretti da anni, nata da padre italiano e madre francese, si è laureata alla Sorbona di Parigi e nel 1986, a ventidue anni, ha lavorato a Genova come lettrice di madrelingua francese all’Università. Esperienza sicuramente importante per questo romanzo. Ha assorbito la città, un decennio dopo gli anni bui del nostro Paese, ha sentito il clima sotto la pelle e lo ha portato con se sviluppandolo in questa storia che è anche la nostra storia. In queste pagine incontriamo la protagonista adulta, la protagonista bambina (nelle bellissime pagine del suo diario, la sorella che ai tempi del trauma era molto piccola e forse il suo essere così piccola l’ha salvata dal capire cose in un’età impossibile, la madre che ha scelto il ritiro per ritrovare la serenità, il nonno partigiano e il padre del brigatista, le relazione come nuovo inizio e salvezza ai demoni del passato, i pazienti della protagonista (ognuno col suo dolore fisico ed interiore), e infine Zoe - quindi la vita.