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Domingo il favoloso

Domingo il favoloso

Chi è Domingo? Uno nato con l’idea di stare solo e contrario. Fatto strano, spigoloso, come su triangoli e ombre. Uno che ha “spropositato il vivere”, ecco. Ma, attenzione, vietato immalinconirsi. Meglio farsi venire un colpo, piuttosto il fegato spappolato, ma mai indebolirsi, perché le tristezze “van date agli altri”. Domingo è uno che non insegue niente, ma cerca il confronto e la sfida con tutti e tutto. Sempre. “Qui sono Domingo e qui vi siringo”, dice e a ragione. Truffatore abile, affabulatore che smonta e rimonta una Torino fredda e arcigna, pioggia sporca e metallo, gioca e scommette, vince e non ha mai, dico mai, paura. Eppure non è mai allegro. Non lo fa sorridere il fratello e barista Rico, non lo fa sorridere l’Angela, angelica donna che vende torroni dentro un camioncino, che lui trattiene e respinge come un elastico. Non lo rende allegro nemmeno la migliore delle sue truffe. Dice di sé: “esemplare unico, ecco quel che sono. Ma da soli si capisce poco, e si ride mai”. Finché in un momento della sua vita, in una linea della sua mano, non compare Arianna, la piccola zingara. Minuta bambina che Domingo rapisce perché è il suo angelo malato, dal cuore spostato. Un angelo che lo consuma e che si consuma di febbre. Arianna è un fiume che lo trascina lontano dalle sponde di Angela, tra punte di coltello e piccoli zingari che si arrampicano sui muri cercando di pugnalarlo. “Che cos’è l’amore?” gli chiede lei febbricitante. “Forse è credere in una persona. Mai farle cosa contraria.” O forse è di più. Forse è guardarsi e capire tutto, forse è come passero che sta sotto l’ala...

Domingo, nato di domenica, si può dire sia un uomo e un personaggio senza tempo. Uno di quelli che se li trovi non li puoi acchiappare perché sgusciano via, lasciano il segno e se ne vanno. E tu puoi ben cercarli, ma se non hanno deciso di farsi vedere non accadrà mai di trovarli. Non hanno bene, non fanno del bene ma nemmeno sono il male. Vivono la vita come se fosse la corazza di un riccio, saltellando senza sosta, con l’eterna voglia di sentirne il gusto, che però sulla lingua resta sempre insipido. Domingo è una specie di antieroe. Come loro, e come gli eroi, eternamente insoddisfatto. La stessa peculiarità del personaggio si ritrova nella scrittura di Giovanni Arpino, Premio Strega nel 1964 L’ombra delle colline, nato a Pola nel 1927 e morto nel 1987 in quella Torino che fa da cornice plumbea delle mosse di Domingo. Un uso particolarissimo della voce, il suo, di parole che sono la faccia spiccicata di Domingo. Non ci incespichi mai addosso, ma non puoi non fermarti ad ascoltare quel loro strambo ritmo sincopato, ancora vivo e vegeto dal quel 1975, anno di prima pubblicazione. Non si può non rimanere affascinati da un personaggio così, da una storia così. Che svicola i luoghi comuni, che riveste i muri torinesi di immagini e racconti mitologici come quello della Zia che, nella foresta, andava e andava, un po’ ingobbita e un po’ inciampando nelle buche, con quelle sue lame con i quali recideva un ramoscello. In quel medesimo istante, una vita non si sa dove, abbandonava il mondo, come una Parca nostrana però piena di malinconia che eternamente si domanda: “chissà se da oggi in avanti si degneranno almeno di salutarmi, i signori e i poveri. Chissà se avranno rispetto del prima e del poi. Perché chi non apprezza il prima, come può capire il poi? E chi teme soltanto il poi, come può godersi il prima? Se nasco un’altra volta, studio da calendario”.