Dopo l’onda

Dopo l’onda

Una parte del vulcano è sprofondata nel mare. Almeno cento milioni di tonnellate di roccia si sono inabissate sollevando un’onda alta cento metri che ha viaggiato per più di cinquecento chilometri orari travolgendo ogni cosa. La casetta sulla collina ha retto, ma il mondo intorno a Levet è scomparso, inghiottito. Tutte le case nella valle, tutte le macchine, le strade, le persone conosciute e amiche. Tutto scomparso, più o meno. I cadaveri gonfi che galleggiano intorno alla collina forse appartengono alla gente del villaggio e là sotto ci sono le loro case. Pata e Madie osservano l’orizzonte azzurro e verde, devono razionare il cibo e sfamare i loro nove figli. Per fortuna il pollaio ha retto e Pata è convinto che presto l’acqua inizierà a defluire. Ma dopo sei giorni l’acqua sale. Piano piano addenta nuove porzioni di terra. Scompare una pietra, il giorno dopo un pezzetto di prato, quello dopo ancora le galline hanno le zampe a mollo. Pata e Madie si guardano, la barca è stata riparata, le provviste nascoste in fondo al fienile, è tutto pronto per la fuga. Ci vorranno almeno dodici giorni di navigazione per raggiungere la terraferma, se tutto va bene e se non ci sono imprevisti. In qualche modo si arrangeranno. Anche se la domanda terribile aleggia tra loro: “Chi pensi di scegliere?”. Il 19 agosto il profumo del caffè e del pane abbrustolito non riempiono la casa. È strano che la mamma non abbia già preparato la colazione. Nella cameretta un bambino apre gli occhi e si domanda perché la casa sia così silenziosa e fredda...

In questo romanzo non troverete sentimentalismi spiccioli, ma crudo senso pratico. La necessità di prendere decisioni difficili e convivere con le conseguenze, quelle che incidono per sempre la coscienza di un genitore, frantumano le certezze di una coppia fino a quel momento equilibrata e felice e costringono dei bambini a crescere di colpo, a fare i conti con la sensazione di essere una “stonatura” e per questo sacrificabili. La narrazione si concentra su due punti di vista principali: quello di uno dei genitori e quello dei bambini “abbandonati”. Il loro affrontare i giorni dopo il maremoto, dopo la partenza da ciò che resta di Levet (Cher, Centro-Valle della Loira), dopo il 19 agosto. La parigina Sandrine Collette riesce a entrare nella mente dei suoi personaggi, adulti e bambini, a descriverne il tormento, la frattura emotiva, le domande ossessive e senza risposta. Non ci sono scelte giuste o sbagliate di fronte a un cataclisma, di fronte alla necessità di sopravvivere. Si va a tentoni come una barca alla deriva, si arranca nella speranza di non avere commesso errori di valutazione. Questo è il sesto romanzo della Collette, insegnante presso la facoltà di Parigi-Nanterre e allevatrice di cavalli, in Italia conosciuta per Resta la polvere, per il quale ha vinto il Prix Landerneau du Polar nel 2016, e ritenuta una delle massime autrici francesi di noir, tagliente e senza fronzoli. Con il suo esordio tardivo nel 2013, a quarantatré anni, vince il Grand prix littérature policiére per il miglior romanzo giallo, dando il via alla sua fortunata carriera.



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