Doppia morte al Governo Vecchio

Doppia morte al Governo Vecchio

Il coltello sembra un’anguilla: lungo e sottile. Il manico è corto, lucido, consumato. È un oggetto come tanti, quasi insignificante. Eppure per lui, Dindo Baldassarre, che lo osserva, ha avuto e ha un significato, eccome. Sono passati dieci anni, ma da quel coltello è dipesa e dipende anche ora la sua intera esistenza. È entrato, infatti, per l’intera lunghezza della sua lama – senza incontrare troppe resistenze, anzi – nelle budella, fegato, viscere e compagnia cantante di quattro persone. Il proprietario, invece, in preda a una furia delirante e pronto a tranquillizzare per l’eternità, dopo qualche minuto di grida belluine, almeno altrettanti individui, qualora gli si palesino dinnanzi, corre in strada. Sono le due di notte. Il vicolo di Trastevere è vuoto e silenzioso. C’è solo una motocicletta parcheggiata, di proprietà di uno degli appena trapassati. Buttato il coltello in un tombino, l’assassino balza sulla moto, ma non è in grado di accenderla. E dire che quel bolide a due ruote è la sua unica speranza di salvezza, dato che nel frattempo qualche luce si è accesa e alcune finestre si sono illuminate…

Via del Governo Vecchio è una bellissima strada in pieno centro a Roma, nel rione Parione, che collega piazza dell’Orologio a piazza di Pasquino. Il nome attuale – prima era detta via Parionis o “di Parione”, o anche “via Papae”, o “Papalis”, o “dei Pontefici”, per i cortei pontifici che vi passavano quando il papa neoeletto cavalcava per prendere possesso della città recandosi da San Pietro a San Giovanni in Laterano – deriva dal fatto che nel 1755 la sede del Governo Pontificio venne trasferita a palazzo Madama da palazzo Nardini, al civico 39, dunque sede del “vecchio” Governo. Ugo Moretti, vincitore del Premio Viareggio Opera Prima nel 1949 con Vento caldo, poi tradotto in otto Paesi, è stato giornalista, scrittore (anche sotto pseudonimo, di molti gialli), sceneggiatore – e non a caso nella sua prosa non c’è un tempo morto, una battuta fuori posto, un passaggio senza senso o nerbo: amalgama bene farsa e dramma – per Steno, Racioppi, Trapani, Bonnard, Marcellini, Sequi, Vivarelli, Ferreri, Infascelli, Nannuzzi, Fontana, Joe D’Amato e tanti altri. Nato a Orvieto nel 1918, morto nella capitale nel 1991, qui per la prima volta nel 1960, in piena Dolce Vita (questa ultima edizione è preceduta anche da un’altra, di trent’anni fa, con prefazione di Maurizio Costanzo) e due anni dopo la legge che ha aperto le case chiuse, ambienta un romanzo efficacissimo. È un giallo vivido, riuscito, avvincente, caratterizzato nel dettaglio sotto ogni punto di vista, ricco di sfumature e credibile, che consente al lettore di immergersi in una realtà un po’ “gaddiana” – si pensi al Pasticciaccio di Gadda – e al tempo stesso sensuale, oscura, abietta, popolare, una corte dei miracoli grottesca, rocambolesca, un po’ perversa, in cui traffici umani e non solo vengono gestiti da un corrotto agente di pubblica sicurezza che commercia in corpi del reato.



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