Doppio silenzio

Doppio silenzio

Un’estate recente. Il famoso sceneggiatore Sebastiano Guarienti sta per atterrare a Palermo, deve partecipare a un matrimonio. In aereo si affollano pensieri diversi, ha affetti e ricordi in quella città che lo prende tanto. C’è stato diverse volte da bambino in vacanza; spesso è tornato con il suo ex Duccio (con l’attuale Roberto non c’è stata ancora occasione); vent’anni prima era solo quando s’innamorò del bellissimo giovane Nicola (trascorrendo magnifici giorni anche a Stromboli); palermitani sono cari nobili amici ultrasettantenni, quelli che deve incontrare. Si tratta della principessa Consuelo, ultima discendente diretta della famiglia Campoducale, e del principe Venceslao Vences, noto storico e “ultimo” Gattopardo, unico e amatissimo parente lì rimasto a Consuelo, entrambi Blasco-Fuentes, lui ramo Billiemi. Vivevano in palazzi contigui nel quartiere della Kalsa. La famiglia di Consuelo non si trova più in Sicilia, pure lei sta tornando solo perché il figlio Ascanio, vedovo da un po’ di anni, sposa la bella cara borghese Elisabetta Galvano. Hanno appena completato il restauro dell’imponente storica dimora. Durante il volo legge del recentissimo brutale omicidio del noto imprenditore palermitano 46enne Paolo Currau, nipote ed erede dell’impresario edilizio mafioso Vito Currau, il cadavere rinvenuto nei resti della fatiscente Villa dei baroni Oprandino ai Colli. Sebastiano si fa portare nell’albergo prenotatogli dai ricchi genitori della sposa, poi nel tardo pomeriggio si presenta all’inaugurazione della villa restaurata, incontra gli eleganti incantevoli amici e soprattutto conosce lo splendido figlio più piccolo dei Galvano, l’architetto Diego, col quale fa un bel giro. La mattina dopo si parla delle diciassette coltellate inferte a Corrau, però incombe lo sfarzoso matrimonio ove più di tutti lo colpisce Giulia, sorella di Guido, magnifica ma vestita di nero. Sta per ripartire quando gli sembra di vedere Nicola, iniziano due giorni turbinanti fra fascinazioni e misteri...

L’ottimo sceneggiatore, regista e scrittore italiano Gianni Farinetti (Bra, 1953) compone un inno a Palermo, da piemontese innamorato (radicato nell’Alta Langa), utilizzando più generi letterari: la cronaca e il sentimentale, il rosa e l’elegia, il noir e il figurativo. La narrazione è in lenta terza fissa al presente, pensieri e incontri dell’autobiografico protagonista seriale che ha lasciato per breve tempo la funzionale fresca casetta fra i boschi in Piemonte, l’affiatato compagno, il cane Billy, la gatta Cina. Indagando, scopre che il delicato giovanotto che ha intravisto di sfuggita non è certo Nicola, pur assomigliandogli e commuovendolo molto: “millenni di incroci di razze, di popoli che si sono sfiorati, cercati, mescolati, si siedono accanto a Sebastiano. Millenni con lo scarto di pochi anni che hanno prodotto questa sconcertante somiglianza”. Inevitabilmente s’immerge nelle bizze di viziati ricchi, nelle storie urbanistiche e speculative della città barocca, negli intrecci di nobiltà e decadenza, povertà e altezza d’animo, nelle meraviglie di ville e giardini antichi e nei meandri di vicoli e quartieri popolari, nei segreti e nei crimini di tanti, alcuni legati all’omicidio, forse mafioso e forse no. La capitale della Sicilia è in primo piano in ogni dialogo o contesto, l’aurea diffusa e i singoli paesaggi, emozioni o sentimenti suscitati nei contraddittori silenzi (da cui il titolo), bassezze e capolavori. Tornano personaggi di precedenti romanzi. Al ricevimento si brinda con un generico “bianco”, in chiesa l’organo trionfeggia Mendelssohn.



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