Dormi stanotte sul mio cuore

Da mesi Mia, undici anni, insieme a Cesare - il peluche guercio che porta il nome del suo cantante preferito, Cesare Cremonini appunto - origlia dalla camera le conversazioni dei genitori. Ha capito perfettamente cosa sta per accadere in casa sua; anche se il padre e la madre si nascondono dietro un sacco di giri di parole e di storie di cicogne capricciose e cavoli vuoti, Mia si è resa conto che i suoi genitori non possono più avere figli, ma ne desiderano tantissimo un altro. Anche Mia, d’altra parte, vorrebbe un fratellino con cui giocare e a cui insegnare a leggere e a scrivere ed ha notato, ultimamente, alcuni piccoli segnali che le hanno permesso di capire ogni cosa: tutto a un tratto in casa si guardano solo servizi giornalistici e documentari che riguardano la guerra nella ex Jugoslavia, tutto a un tratto i genitori parlottano sottovoce tra loro in modo che lei non possa sentirli, tutto a un tratto il padre la guarda in maniera singolare, come se volesse dirle qualcosa, e poi si chiude in un silenzio strano. Poi, finalmente, in un giorno di pioggia, arriva lui: giacca di jeans chiazzata di pioggia, un ciuffo di capelli castani che gocciola ed occhi color del ghiaccio. È Mario, le dice suo padre che gli tiene una mano sulla spalla, e vivrà con loro, in affido. Mario non dice una parola, guarda in basso e, se solleva lo sguardo, non incrocia mai quello di chi gli sta parlando e lo riabbassa immediatamente. Sembra uno di quei cani abbandonati per strada, quelli con il pelo bagnato e sporco, tanta paura negli occhi e tanto freddo nel cuore. Mia impiega un attimo per capire che, anche se la sua bocca non emette alcun suono, il ragazzo sta parlando, con i suoi sguardi, con quegli occhi buchi che paiono pozzi, con gli atteggiamenti, con i suoi occhi quasi sempre bassi ed i nervi sempre tesi e all’erta. Un giorno, a cena, quando il ragazzo ha già portato il suo piatto sporco nel lavandino e si è ritirato in camera sua, Mia comunica ai genitori che il nome Mario - un nome attribuitogli in orfanotrofio, lo stesso nome del direttore dell’istituto con cui il ragazzo ha trascorso molto tempo - non è appropriato. Secondo lei è meglio chiamarlo Fede, non come abbreviazione di Federico, ma solo Fede. E non appena sente pronunciare questo nome, il ragazzo appare sulla soglia…

Il quarto romanzo di Enrico Galiano - classe 1977, di Pordenone, insegnante in una scuola di periferia, creatore della webserie “Cose da prof” e del movimento dei #poeteppisti, flashmob di studenti che imbrattano le città di poesie, inserito nel 2015 nella lista del cento migliori insegnanti d’Italia - è la storia di Mia che prende per mano il lettore e, partendo da una panchina in stazione, alla soglia dei trenta anni, lo conduce nella sua vita e nel suo passato e gli racconta di Fede, un fratello nuovo di zecca, maggiore di lei di due anni, che arriva dal Kosovo e non parla. Con nessuno. Quella tra Mia e Fede è un’amicizia speciale, un’amicizia che fin dal primo istante ha il colore dell’amore e dell’incontro tra due fragilità a cui non servono parole per capirsi e raccontarsi. Fede è un ragazzo complicato, che porta su di sé il fardello e gli orrori della guerra e delle ingiustizie che i più deboli spesso subiscono; è un ragazzo pieno di cicatrici e di paure, ma la semplicità ed onestà dei sentimenti di Mia, insieme alla sua caparbietà, riescono a scalfire la sua corazza e a segnare l’inizio di una complicità fatta di sguardi e di parole nuove, scritte su post-it, sussurrate o urlate a gran voce. E quando questo legame indissolubile, nel giro di una notte, svanisce, Mia si ritrova vuota, a pezzi, a dover fare i conti con qualcosa di poco chiaro che le è sfuggito e le ha lasciato in dote l’incapacità di aver contatti fisici con chiunque. Saranno la mitica maestra Margherita - con il suo “quaderno magico”, nel quale è possibile trovare le risposte a molte delle domande che la vita pone - insieme al ricordo di Fede e all’amore dei genitori ad aiutare Mia a capire, a scoprire cosa sia realmente accaduto e a crescere. Una storia che parla di casa, di imperfezioni, di relazioni, di giudizio e pregiudizio, di istinto, di guerra, di violenza, di molestie, di paura, di bugie, di amore, di indifferenza, di ferite rimarginate, di verità e di perdono. Galiano, come al solito, riesce a trattare con delicatezza estrema tematiche spinose e complesse e a guidare il lettore nell’intricato reticolo delle emozioni dei suoi personaggi, aiutandolo ad individuarne la dolcezza e a scoprirne l’anima. Un libro scritto per i giovanissimi ma consigliato a chi ancora vuole stupirsi, a chi sceglie di continuare ad amare anche quando le cose si mettono male, a chi continua a fare ciò che lo rende vivo, a chi crede nell’empatia e nella comprensione, a chi è convinto che essere giusti significhi in realtà cercare di capire sempre gli errori degli altri, a chi è consapevole che le persone più forti non sono quelle che scappano, ma quelle che si lasciano trovare.

 


 

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