Dove credi di andare

Dove credi di andare

Silver, su insistenza di Clara, sua giovane compagna, acconsente a organizzare una festa in casa per il suo cinquantesimo compleanno. Acconsente, ma a malincuore: l’idea che altre persone si insinuino e sostino a casa sua lo indispone. La casa, come ben sa Sandro Bottacci – vero nome di Silver – professore universitario che non a caso insegna Sociologia dello spazio – è “un dispositivo di opposizione poetica al mondo”. Nonostante consideri casa sua alla stregua di un baluardo contro le avversità esterne, Sandro accetta di aprire le porte a colleghi e ad amici. La festa procede pacatamente, con crocchi di invitati che discorrono, piattini e bicchierini alla mano. Poco dopo, una frotta di gente mai vista prima inizia a sciamare e a riversarsi in casa del professore e a impadronirsene con fare sempre più promiscuo... C’è l’acqua che inzuppa i piedi, ma nessuno sembra badarci. Alessandro gli sorride e gli parla amichevolmente. Cerca di ricordarsi chi sia, ma niente. Alessandro lo invita a bere qualcosa al Mocambo. Come quella canzone di Paolo Conte, pensa. Accetta, anche perché in quel momento non si ricorda quale sia la strada di casa. Nel locale, l’acqua stagnante fa galleggiare cicche di sigarette, avanzi di cibo dal buffet dell’happy hour, ma a nessuno sembra dare fastidio. Alessandro, una volta accomodati al tavolino, gli rivela perché ha voluto invitarlo a bere qualcosa...

L’intendente Bonfilio è costretto a fare sei piani a piedi per raggiungere la riunione di cui non gli frega nulla. Lo stomaco gli brucia per il tramezzino al salmone e il caffè. La camicia pezzata di sudore gli si incolla alla pelle. Durante la riunione, tutti sembrano escluderlo, alludono a cose che non sa, non gli permettono di intervenire. Quando è interpellato, il suo nome viene ripetutamente storpiato. In barba al monito di Epicuro, Bonfilio dice la sua... Ha sempre pensato che il rettangolo è la figura geometrica misura e sintesi di ogni cosa. Tutto è rettangolo, non solo le tele su cui dipinge, ma anche le stanze, le porte, i tavoli, il letto, le strade. I bordi delle tele interrompono la superficie su cui dipingere, rappresentano il limite. Ormai è un po’ che non parla con Clarelli, il suo agente. Tutto era iniziato quando quest’ultimo gli aveva proposto di realizzare un’installazione... Napoli. Dopo avere trascorso tutta la mattinata in tribunale, Raffaele Torre percorre la strada che lo conduce al suo studio. Mentre cammina, pensa ai figli, all’immagine stereotipata che si ha di Napoli, quand’ecco che “un giovane un po’ lazzaro” sembra fissarlo; ha le sopracciglia spinzettate, il viso cotto dalle lampade: “Scusate, sapete l’ora?”... Un ingegnere di mezz’età che ha abbandonato il suo lavoro, la città e la sua compagna e che ora vive rintanato in una casa al mare, dipinge una serie di tele monocrome e pensa alle infinite declinazioni e variazioni del suicidio... Carlo Corrazzi è il prototipo ideale di manager: lavora con attenzione, cura al dettaglio e dedizione. È il migliore, probabilmente sarà il prossimo amministratore delegato. Ma quando non lavora, sembra spegnersi, va in stand-by. Un giorno, la segretaria Ferretti nota due strani puntini sulla fronte del Corrazzi ... Spiazzante. È l’aggettivo che meglio si adatta ai sette racconti di Pecoraro. Il titolo della raccolta traduce alla perfezione queste storie di riscatti mancati. I protagonisti ci provano a dare una svolta decisiva alla loro vita, a divincolarsi dai freni, dagli obblighi, da loro stessi, ma tutto ciò che fanno risulta sempre vano. Sembrano perennemente, inesorabilmente cozzare contro un muro d’impossibilità, anche quando sono a un passo così dalla svolta definitiva, dalla loro rivalsa sociale, morale, artistica. Prendono in mano le redini della loro vita, fanno quello che fanno perché vogliono farlo, andando contro tutto e tutti. Ma niente. Somigliano a farfalle inchiodate, bloccate dietro una teca di vetro su cui giganteggia un'imprecisata entità superiore, che si diverte a osservare questi uomini – dalla sua prospettiva nient’altro che omuncoli – dimenarsi invano e pensare poi sorniona: “dove credi di andare?” Con delle atmosfere da Il processo di Kafka, il confine tra realtà e onirico è molto labile; il lettore avvertirà spesso un che di disturbante, di angoscioso, una sensazione di irrequietezza che sovente si prova durante quei sogni confusi, che non sono proprio incubi, ma poco ci manca. La prosa dell’autore è assai fine: passa con estrema disinvoltura e scioltezza dal monologo interiore al dialogo, dal lessico aulico alla parlata dialettale, dalle elucubrazioni filosofiche sulla pittura e la percezione spaziale alla resa brutale di pensieri non proprio innocenti. Gli epiloghi sono ogni volta da mozzare il fiato.



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