Dove nuotano gli ippocampi

Dove nuotano gli ippocampi

Nel 1564, nel teatro anatomico dell’ateneo bolognese, l’anatomista Giulio Cesare Aranzi, esaminando un cervello umano, scova una formazione che ricorda la forma di un cavalluccio marino. Aranzi battezza quella piccola parte ippocampo, ma non ne conosce la funzione. Solo a metà del XX secolo si comprende che lì risiede la facoltà mnemonica dei mammiferi e si scopre che di ippocampi ce ne sono due, uno per ogni emisfero cerebrale. Contengono l’archivio dei ricordi, da lì vengono rievocati e - operazione quasi impossibile - cancellati. Da allora, la ricerca scientifica sta affinando quelle intuizioni grazie anche a pazienti che si sono sottoposti per tutta la vita a esperimenti lunghi e complicati. Lo scopo, del resto, è ambizioso e nobilissimo: svelare i segreti del più misterioso organo del nostro corpo e soprattutto della sua più arcana funzione, la memoria. Uno di quei pazienti, per esempio, ha vissuto ogni istante della sua vita come se fosse il primo. La sua memoria a lungo termine era difettosa: non ricordava quanto pronunciato un attimo prima di ricevere risposta, né cosa avesse mangiato a colazione e, guardandosi allo specchio, non era in grado di riconoscersi, avendo dimenticato i suoi lineamenti. La causa? Durante un intervento per curare la sua epilessia gli venne asportato proprio una parte dell’ippocampo. Solomon Šereševskij era invece un giornalista che, pur non prendendo mai appunti, imprimeva nel cervello infiniti nomi, numeri, date… tutto, e senza scampo. Solomon è stato l’uomo “senza oblio”: possedeva la memoria sinestetica, cioè associava involontariamente a ogni dettaglio un colore, un gusto, un suono. “Le esperienze sprofondano negli abissi del cervello e grazie all’ippocampo vengono ripescate”: da questa affermazione sono partiti gli esperimenti che impegnano da centocinquanta anni i neuroscienziati. E l’ippocampo, come l’omonima creaturina acquatica, scandaglia quegli oceani di mistero, seguendo tracce che coinvolgono la percezione e la coscienza; in seguito, coordina i costituenti del ricordo, “un po’ come un regista”. Per analizzare memorie e indizi di ricordi, gli scienziati hanno impiegato volontari in immersione nei mari del Nord; hanno scoperchiato testoline di conigli per inserire una micro-antenna capace di registrare atti istintivi; topi e cavie hanno percorso milioni di chilometri nei labirinti dei laboratori. In seguito, è stato appurato che gli uccellini che crescono in una specie diversa dalla propria imparano a cantare con suoni insoliti e che gli elefanti hanno davvero una memoria “da elefante”…

Nel racconto di Borges Funes, el memorioso, il protagonista ricordava qualunque cosa, dalla forma di ogni nuvola mai avvistata alle increspature delle onde di un fiume. Proprio come Solomon. La novella è del 1942, quando non erano ancora note le ricerche citate in questo libro. Analogamente, quando Proust scrisse Alla ricerca del tempo perduto, poco o nulla si conosceva delle teorie psicanalitiche di Freud e del ruolo fondamentale della reminiscenza per costruire e ricostruire l’identità di una persona. La letteratura spesso anticipa (e talvolta stimola) anche gli interessi della scienza: da questa constatazione potrebbe essere partita l’idea del saggio delle sorelle Østby, perché, se Ylva è una neuropsicologa clinica dell’ateneo di Oslo, Hilde è una scrittrice e storica delle idee. Il loro sodalizio è servito a comporre un’opera affascinante, di facile lettura, dove le meraviglie di uno dei campi più ostici della scienza sono riportate con rara chiarezza. Abbiamo tutti sperimentato come la musica o un particolare sapore, per esempio, siano un appiglio per i ricordi più lontani e vaghi; riconosciamo le capacità mnemoniche dei giocatori di scacchi, dei concorrenti dei quiz televisivi o dei tassisti (anch’essi protagonisti di importanti esperimenti scientifici); ci struggiamo quando porzioni che ritenevamo importanti del nostro passato sono inevitabilmente consegnate all’oblio. Con l’avvento di internet e il proliferare dei blog e dei social network (che ripropongono quotidianamente l’almanacco dei giorni passati) anche chi non ha mai tenuto un diario è invitato a rivivere continuamente il vissuto. E raccontandolo, come in un flashback cinematografico, lo miglioriamo, oppure ne facciamo tesoro per superare traumi, per sconfiggere paure. Oppure, ancora, inventiamo nuovi ricordi (con tutti i rischi che si potrebbero correre, per esempio, nel corso di un’indagine giudiziaria basata su testimonianze oculari). Nel Rinascimento si credeva che la memoria fosse una stregoneria, magia nera; oggi sappiamo che ogni pensiero ed emozione è il risultato dell’attività neuronale, misuriamo e tracciamo gli atti cognitivi in tempo reale e, probabilmente, presto riusciremo anche a fare il download di quanto contiene il nostro cervello. Eppure le domande inevase sono ancora tante e tutte affascinanti. Perché memorizziamo? Sarà mai possibile leggere i ricordi nella mente altrui? Tali scenari sicuramente arricchiranno il nostro sapere ma, nel frattempo, la speranza più grande è comprendere e curare le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.



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