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E fuori vennero i lupi

È mattina e Michele sta facendo colazione in cucina, la sua stanza preferita della casa. È solo e i suoi pensieri iniziano a invadere la sua mente mentre fuma una sigaretta, un vizio che appartiene alla vita passata. Michele Cattabriga è un uomo concreto, che non cerca guai, è dedito al proprio lavoro e ha una fidanzata, Marta. Giunge la sera e la coppia si ritrova davanti ad un tavolo a consumare la cena: tra loro vibrano solo parole banali, inutili che celano quelle che dovrebbero essere dette. Ormai sono distanti, incapaci di comunicare con l’altro. Eppure le cose possono cambiare e Michele è deciso a tentare di avvicinarsi di nuovo alla ragazza. Ma la mattina seguente si ritrova imprigionato nel seminterrato e la porta è chiusa a chiave. Michele è disorientato: chi è stato a rinchiuderlo in quel posto? E che fine ha fatto Marta dato che non si trova insieme a lui? L’uomo si ritrova solo in uno spazio angusto e oscuro e le immagini del suo passato emergono vivide dalla sua memoria. Ricorda gli anni dell’adolescenza trascorsi in Scozia insieme alla madre, la dolorosa lacuna causata dell’assenza del padre, l’amicizia pericolosa con John e il primo incontro con Marta avvenuto otto anni prima. Intanto la notte passa, il sonno si fa pesante e la paura aumenta. Al suo risveglio Michele trova davanti a sé un vassoio con il cibo. Una cosa è certa: il suo carceriere si trova nella stessa casa e sembra non aver intenzione di lasciarlo morire…

Michele Cattabriga è un uomo pacifico, razionale, concreto ma sin dalle prime pagine quel cognome, che nel suo dialetto significa “cerca guai”, non fa presagire nulla di buono. Infatti proprio lui, che ha fatto degli enigmi il suo lavoro, si ritrova invischiato in un mistero che non riesce a risolvere. Mentre i giorni e le notti di quella estenuante prigionia si susseguono con un ritmo monotono, Michele ricerca un senso a tutto quello che gli sta capitando, ricapitolando i momenti salienti della sua vita. E vennero fuori i lupi è un romanzo che ha come tema principale l’incapacità di comunicare, ed è proprio questa mancanza a generare rimorsi, lacune e rimpianti nel protagonista. Se nella vita quotidiana le parole rimangono inespresse, all’interno della narrazione queste diventano veri e propri veicoli di emozioni. Infatti i sentimenti di Michele vengono amplificati dalla modalità in cui i suoi pensieri vengono riprodotti. Per questo sono presenti acronimi, usati per scarnificare e ridurre all’essenziale le parole chiave che caratterizzano la sua vita, ed espressioni, lasciate in sospeso tra una riga e l’altra, che aumentano il senso di attesa che domina tutta la storia. Inoltre il narratore in prima persona è alternato ad uno onnisciente che delinea in modo più chiaro e vivido alcuni episodi della vita del protagonista. Sebbene a causa della prigionia la vicenda sia piuttosto statica, Andrea Marzocchi riesce a creare dinamicità e coinvolgimento grazie ai flashback sul passato del protagonista e al racconto del presente. Così la tensione si mantiene alta fino alla risoluzione dell’enigma che, anche se può sembrare scontata, risulta ugualmente convincente.