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E in mezzo: io

E in mezzo: io

Madina ha quindici anni e i capelli lunghi fino ai fianchi. Con il fratello più piccolo, il papà, la mamma e la zia sono arrivati a Vienna, una tra le tante famiglie scappate dalla guerra. Ha imparato rapidamente la nuova lingua, per poter dire la sua versione, capire e farsi capire. Non così suo padre, che non si sforza di usare la lingua del posto. Così è lei, la figlia, a accompagnarlo agli incontri ufficiali, a fare da interprete. Non sempre traduce tutto quello che viene detto, a volte sceglie di non dire, altre volte aggiunge del suo per facilitare, per difendere. Madina ha un’amica del cuore, Laura. Se non avesse lei sarebbe proprio dura andare avanti. La quotidianità “nell’alloggio” è una lotta continua, piena di regole assurde e tante cose da far in poco tempo: mangiare, usare le docce, accaparrarsi abiti e scarpe di misura giusta, e poi niente animali, niente cibo in camera. Ma lei si sforza di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e intanto aspetta, spera che arrivi la comunicazione della concessione di asilo. La mamma e zia Amina litigano, ma nell’alloggio tutti litigano sempre, talvolta viene chiamata anche la polizia. Prima Amina rideva spesso, di gusto, la risata nasceva dentro, ora abbellisce le cose per far ridere la mamma, le piace vederla ridere. La comunicazione di asilo cambia tutte le cose, avrebbero il permesso di una casa propria, altrimenti l’alloggio lo lasci portato via dai poliziotti, alcuni gentili, altri brutali, ma il risultato è sempre lo stesso venir rimandato nel tuo Paese d’origine…

E in mezzo: io è l’ultimo romanzo di Julya Rabinowich, interprete, giornalista, pittrice e scrittrice pluripremiata. I temi della storia non sono solo migrazione, integrazione, razzismo, anzi si può dire che questi argomenti siano solo un pretesto, una cornice all’interno della quale si affrontano il rapporto padre/figlia, la disparità di genere, la scala dei valori di una comunità civile, ma soprattutto l’importanza della conoscenza della lingua, un sapere che regala la libertà di espressione e quindi afferma l’esistenza della persona stessa. Il racconto, scritto in prima persona, ha la voce narrante di un’adolescente, una ragazzina nell’età di mezzo, non più bambina e non ancora adulta, che si apre nel suo diario riguardo al delicato momento che vive con la famiglia, ancora sospesa tra la cultura orientale e quella occidentale, tra la patria d’origine e il nuovo Paese che ha il potere di valutare se hanno il diritto di restare. Julya Rabinowich è riuscita a riprodurre molto bene il modo di parlare, di pensare di una giovinetta, straordinariamente diretto, ma allo stesso tempo ingenuo, tenero. Lo stile fresco e rude restituisce in maniera così vivida il linguaggio adolescenziale, da far dimenticare l’età adulta dell’autrice. Una voce giovanile trasportata egregiamente anche in italiano da Beate Baumann, traduttrice del romanzo “per caso”, che ha impresso la stessa forza e levità dello scritto originale, trasformandosi lei stessa in ponte empatico tra la signora Rabinowich e il pubblico italiano. Una scrittura scarna, che non gioca sulla facile commozione, il senso di colpa o la pietà, nei confronti di persone che, a un certo punto della loro vita, non hanno potuto immaginare altra alternativa per salvare la pelle che abbandonare tutto, che si sono sentite costrette alla fuga. Il coinvolgimento cresce grazie all’osservazione diretta e intenzionale dei fatti da parte della protagonista, grazie alle sue brevi e incisive riflessioni. Le emozioni arrivano attraverso gli odori, i colori, i suoni, la musicalità del testo. Il testo è quasi una sceneggiatura teatrale, ogni capitolo si sviluppa come un quadro, che procede delineando la parte clandestina di ogni personaggio: tutti sono in fuga da qualcosa, ognuno cerca, a modo proprio, di sopravvivere, qualcuno spera di vivere davvero.

LEGGI L’INTERVISTA A JULYA RABINOWICH