Eppure cadiamo felici

Eppure cadiamo felici

Gioia Spada ha diciassette anni, vive una difficile situazione familiare, a scuola non lega con i compagni di classe, non le interessano le feste, le mode del momento, l’appartenenza ad un gruppo. È una ragazza diversa dagli altri, una che alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” risponde “Felice qualcuno”; è una di quelle persone che se ne stanno in disparte perché il mondo che la circonda non le piace. Le sole persone che contano nella sua vita sono l’amica immaginaria Tonia – l’unica che riesca a capirla davvero e l’unica a darle risposte sincere, anche se a volte troppo dirette – ed il professor Bove, insegnante di filosofia, che riesce sempre a farle capire quale sia la via giusta da seguire. Gioia nutre una vera e propria passione per le parole strane, quelle che in una lingua hanno un significato preciso e non sono traducibili in null’altro. Questa passione riesce a renderla veramente felice. Una notte, in seguito all’ennesima lite tra i genitori, Gioia scappa di casa ed incontra Lo, uno strano ragazzo nascosto dal cappuccio della felpa, che gioca da solo a freccette in un bar chiuso. È un ragazzo schivo ed introverso, che porta sempre con sé un barattolo pieno di sassi che gli ricordano posti speciali che ha visitato. I due cominciano a chiacchierare e Gioia si accorge di aver incontrato qualcuno che può capirla e capire il suo mondo, senza giudicarla. I loro incontri diventano sempre più frequenti e le sensazioni di Gioia diventano sempre più intense. A poco a poco si innamora di Lo: un amore fatto di incontri serali, di bigliettini lasciati sotto i sassi, di primi baci, di prime volte, di cuori in subbuglio. Il ragazzo però, nasconde un segreto e scompare. Gioia non si arrende, deve ritrovarlo e capire chi è davvero Lo…

Si deve conoscere bene il mondo dell’adolescenza per riuscire a rappresentarlo in maniera così precisa. Enrico Galiano, classe 1977, insegnante di lettere, inserito nel 2015 nella lista dei migliori cento professori d’Italia, riesce, con uno stile fresco, originale e mai banale a dar voce al “tumulto” adolescenziale, senza cadere nella retorica dei sentimenti. Gioia, figlia di genitori egoisti, si crea una barriera fatta di musica ad alto volume ascoltata in cuffia e conversazioni con la nonna malata ed impossibilitata a risponderle. Soffoca le sue passioni e si adagia ad interpretare il ruolo che il soprannome impostole in classe - #maiunagioia – le impone. Quando finalmente imparerà ad amare, non avrà più bisogno di nascondersi e capirà che “Non è che quando ami ti ammali; quando ami guarisci. Sono gli altri, tutti quelli che non amano, loro sono i pazzi, loro sono quelli fuori di testa. Quelli che amano, quelli che amano davvero, loro sono i sani, gli unici sani in un mondo di pazzi”. La trama del romanzo verte sulla capacità ed incapacità di dialogo e la descrizione delle figure di adulti che circondano Lo e Gioia – i genitori, i professori, la psicologa, i baristi – invita a prestare maggiore attenzione alla qualità dell’ascolto verso gli altri. Interessante è il richiamo ad una playlist musicale che non vuole essere solo di sottofondo, ma parte integrante della narrazione, per i significati sia dei versi che delle musiche. Apprezzabile inoltre è il riferimento alla favola di Apuleio, Amore e Psiche, la lotta continua tra razionalità ed istinto e la nascita del piacere alla fine del conflitto tra anima ed amore. Sebbene la storia riguardi il mondo dei giovani, la gioventù in sé sopravvive in ogni persona. Si è fragili da giovani e da adulti, da genitori e da figli. E nella fragilità si può scoprire che “la maggior parte della bellezza del mondo se ne sta lì, nascosta lì: nelle cose che cadono, nelle cose che nessuno nota, nelle cose che tutti buttano via”.



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