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Era l’11 settembre

Nando Barrella, come tanti altri, si ricorda perfettamente di quel famoso e tragico 11 settembre e del crollo delle due torri del World Trade Center di New York. Rammenta con precisione di avere appreso la notizia al televisore, rimasto acceso dopo la soap che lui e sua moglie erano soliti guardare sempre subito dopo pranzo. Anzi, lui, Nando, prima di tornare al lavoro, quel fatidico giorno si era anche appisolato per qualche minuto, così tanto per riposarsi un attimo prima di dover uscire di nuovo. Quando aveva aperto gli occhi si era ritrovato davanti immagini di una assurdità agghiacciante. Sotto il suo sguardo e quello di altri milioni di spettatori al mondo due aerei dirottati da terroristi si erano schiantati contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center. La tragicità di quelle immagini sarebbe bastata a fargli ricordare quell’11 settembre per tutto il resto della sua vita se non fosse che la sua vita proprio in quegli istanti veniva colpita da una dramma ancora più forte, personale, e doloroso, così doloroso da lasciare senza fiato e da rivoluzionare la sua intera esistenza. Il suo giovane figlio moriva in un incidente proprio dall’altra parte del mondo e da quel momento in poi la vita di Nando Barrella si sarebbe consumata in un susseguirsi di dolore e morte, con la scomparsa prematura della moglie e i sensi di colpa e rimorsi per avere causato, almeno nella sua testa e nel suo cuore, la scomparsa del figlio. E il suo sentirsi colpevole accompagna Barrella anche in pensieri e gesti che agli occhi degli altri sembrerebbero del tutto banali: come essere andato al matrimonio del figlio con un abito vecchio perché comprarne uno nuovo non valeva la pena per poche ore o non averlo mai appoggiato o considerato davvero nelle sue scelte di vita. Ora a distanza di anni e con un dolore lancinante che gli buca l’anima ogni giorno, Nando Barrella ne ha comprati ben due di vestiti nuovi e si accinge a raccontare, alla soglia degli ottanta anni, la sua vita a un ghostwriter che la cristallizzerà in una manciata di pagine per sempre. Almeno questo è ciò che spera lui. Quello che Barrella non sa è che la vita e l’esistenza del giovane, che ha pressappoco l’età del figlio morto, e che si sta apprestando a scrivere la sua vita è fatta di sconforto e decadenza quanto la sua. Cosa succederà dall’incontro di queste due esistenze apparentemente così diverse eppure così simili tra loro?

La struttura narrativa del nuovo romanzo di Mirko Tondi è semplice e immediata. Si parte da una tragedia mondiale che ha modificato il mondo e la vita di tanti esseri umani per raccontare una storia che più intimista non si può. Quella di due solitudini che si incontrano per caso e che non si riconoscono subito perché l’identificazione deve passare necessariamente attraverso il lettore che come un arbitro di tennis dall’alto della sua posizione privilegiata guarda con attenzione, interesse e infine partecipazione l’intero svolgersi della vicenda. E siccome non può intervenire sul campo come un arbitro, certifica comunque la veridicità delle azioni e dei dialoghi parteggiando a volte per un protagonista e a volte per l’altro. In realtà l’autore è così bravo a raccontare questa storia che chi legge finisce per affezionarsi, inevitabilmente, anche al giovane morto prematuramente, che nel libro di Tondi diventa una sorta di Laura Palmer come nella serie di David Lynch. E quindi è proprio un peccato che la prosa sia così articolata e piena zeppa di riferimenti letterari e artistici coltissimi che non solo vanno a minare lo stile autoriale, che in precedenti lavori è senz’altro più snello e accattivante, ma finiscono per sovraccaricare una narrazione intimista che invece avrebbe voluto meno stucco verbale e più spontaneità. In ogni caso Era l’11 settembre rimane una lettura interessante, nella quale il confronto generazionale non è mai scontro ma solo avvicinamento.