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Expo 58

Expo 58
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Londra, metà febbraio 1958. Anche se alcune colleghe lo chiamano di nascosto Gary – per la sua somiglianza con l’attore Cooper – e altre dicono che ricorda di più Dirk Bogarde, chi conosce Thomas Foley lo descrive come un tipo “tranquillo”, “per bene” e “affabile senza pretese”. Insomma: pur essendo attraente, è uno che passa abbastanza inosservato. Thomas fa il junior copywriter al Central Office of Information e mentre corregge le bozze di un opuscolo sul Regno Unito, riceve una telefonata. È la segretaria, dice che Mr Cooke – direttore delle Esposizioni – vuole vederlo. Non era mai successo prima che un pezzo grosso chiedesse di Foley. Nell’ufficio del capo c’è una riunione in corso: stanno prendendo le ultime decisioni sull’allestimento del padiglione britannico all’Expo 58. Mr Cooke fa entrare Foley e gli spiega che frugando nei suoi documenti ha scoperto che suo padre era taverniere e sua madre belga. Questo gli basta per dare a Thomas un incarico: dovrà trasferirsi a Bruxelles per sei mesi e assicurarsi che tutto fili liscio al Britannia, il pub che verrà costruito tra il padiglione inglese ufficiale e quello industriale. Nell’ufficio ci sono anche due uomini misteriosi, dall’aria distaccata: mai visti prima. Anche loro andranno in Belgio, s’aggireranno per le strade indossando cappelli di feltro e impermeabili beige e ogni volta che parleranno con Thomas prima di congedarsi diranno: “questa conversazione non ha mai avuto luogo”. Abbastanza plateali: avranno la testa a posto oppure no? In effetti, pensandoci un attimo, a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e in piena Guerra fredda è parecchio logico che l’Esposizione Universale sia un ottimo ritrovo per bugiardi, ladri di notizie e spie che s’infilano dentro intrighi internazionali...

Circa tre anni prima di scrivere Expo 58, Jonathan Coe era stato intervistato da una radio belga a Bruxelles, vicino all’Atomium – la costruzione d’acciaio a nove sfere che rappresenta un cristallo di ferro ingrandito 165 miliardi di volte e che è in piedi ancora oggi – e l’occasione, come ha raccontato lo stesso Coe, l’ha fatto riflettere sul significato di quella struttura nel tempo: all’epoca era un progetto che lanciava verso il futuro un messaggio di speranza, oggi è un’attrazione turistica. Da qui è nata l’idea di Expo 58 e una tra le prime cose che saltano agli occhi leggendo il romanzo è l’accurata descrizione dell’Esposizione dal punto di vista architettonico. Se infatti dopo la lettura si vanno a cercare le foto scattate davvero a Bruxelles in quei giorni, sembra quasi di averle già viste e di aver camminato proprio lì, tra i vari padiglioni e magari anche accanto a Thomas Foley, un uomo comune e piuttosto ingenuo coinvolto però in un evento eccezionale. Come una pedina di un gioco manovrato da altri, Thomas si sposta dall’Inghilterra al Belgio: lascia la sua vita quotidiana e – a prima vista – banale e ne comincia un’altra – in apparenza – più effervescente. Quel che vede sono costruzioni maestose, ma anche messe insieme in appena una manciata di mesi e destinate a venir buttate giù a fine evento. Davanti a tutto questo Thomas reagisce a volte come farebbe un bambino che deve abbandonare il luna park dove ha trascorso il pomeriggio, a volte con un pochino di coraggio in più. Ma mai troppo. Poi, ci sono gli intrecci: spie, equivoci, sacchetti di patatine, storielle amorose, bevute di birra o di vodka, situazioni imbarazzanti e reminiscenze letterarie e cinematografiche (alcune più palesi: vedasi la parte in cui l’inesperto e involontariamente comico Thomas legge Ian Fleming e mette in dubbio le azioni di James Bond; altre più nascoste ma ugualmente chiare: come l’omaggio sottinteso ai romanzi di Graham Greene o il fatto che Coe abbia rivisto molti film di Hitchcock durante la stesura del romanzo). Da tutto questo vien fuori una commedia anni Cinquanta con un pizzico di giallo nella quale non mancano né battute che ammiccano al lettore contemporaneo (“Uno studio recente ha dimostrato,” spiegò pazientemente Thomas, “che potrebbe esserci un legame tra il fumo e il cancro ai polmoni.” “Strano,” rifletté Mr Swaine ad alta voce. “Mi sento sempre molto più arzillo dopo una sigaretta o due.”), né la consueta sensibilità di Coe nel comprendere l’animo umano. Expo 58 è però un libro diverso da quelli a cui l’autore ci ha abituati: più leggero, meno diretto, senza quell’ironia scaltra che contraddistingueva opere come La famiglia Winshaw e senza la profondità di altri personaggi “coeiani”, tipo i protagonisti de La casa del sonno. Comunque, la parte in cui si racconta il picnic sull’erba, l’articolo su come sarà l’uomo tra cento anni e quella in cui Miss Parker appoggia l’orecchio a terra per ascoltare l’erba crescere, sono tra le pagine più deliziose che mi sia capitato di leggere da un po’ tempo a questa parte.