Fargo Rock City

Fargo Rock City

“Questo è il motivo per cui ho scritto questo libro: riconoscere l’importanza, almeno per chi lo amava, di tutto quel glam rock effeminato, sessista, superficiale. Non dico che il metal sia stato intellettualmente sottovalutato, ma mi sento in dovere di insistere sul fatto che sia stato ignorato senza un motivo valido”. Negli anni Ottanta nelle classifiche musicali della rivista americana “Billboard” comparivano tra le venti e le venticinque band metal, il genere era al suo apice e tutti sognavano di avere i capelli lunghi e di pogare sotto a un palco con il proprio gruppo preferito. A poco a poco l’interesse è scemato e negli anni Novanta si è praticamente chiusa la stagione del Metal mainstream, siamo tutti diventati fan dei Nirvana e degli Alice In Chains, preferendo l’indie alle catene e alle borchie, le camicie di flanella al chiodo. Oggi i riff pesanti dei metallari sono appannaggio di una ristretta cerchia di aficionados. Ma perché? E soprattutto, perché oggi il pop è rappresentato per dirne una da Lady Gaga e non da gruppi più affini ai Metallica, Guns N’ Roses o Bon Jovi?

Il saggio di Klosterman mescola autobiografia, umorismo e storia del rock con uno stile frizzante, che ricorda due dei più bei libri di critica musicale atipica degli ultimi anni: Musica di merda di Carl Wilson e Parole e musica di Paul Morley. Non c’è la profondità analitica di Reynolds, non ci sono riferimenti a teorie psicoanalitiche o di critica dell’arte. Qui c’è – apparentemente – uno come noi appassionati di musica, che mescola alla perfezione ricordi, riflessioni e domande, parlandoci di una stagione, quella dell’hair metal o se volete chiamarlo glam rock (avete capito: quei gruppi con gente che si truccava tipo Mötley Crüe o Kiss). In quegli anni Ottanta mitizzati, l’autore ci confessa che il mondo non era così bello come sembrava e la visione del mondo era che fosse un posto fondamentalmente deludente, e quindi la musica glam metal ne era una descrizione perfetta, peraltro non molto distante da quello di oggi (come non ritrovarsi in una definizione del genere: “Non c’è mai stato un genere musicale così ossessionato dalla figa come il glam metal degli anni Ottanta. Nelle canzoni dei Mötley Crüe, dei W.A.S.P., dei Faster Pussycat e di altre band di Los Angeles non si parlava d’altro. E visto che il pubblico glam era quasi interamente composto da adolescenti arrapati, era un cocktail perfetto”). Questo è più di un libro di storia e di critica musicale, è scritto con intelligenza e humor e per questo merita la lettura. Leggendolo si ha la sensazione che l’autore sia onesto come uno dei nostri migliori amici, quando usciamo a bere una birra. 100% Politically uncorrect. Da leggere.



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