Fascismo al femminile

Ancora prima del Fascismo succedeva che le ragazze di buona famiglia fossero educate e “istruite” a diventare brave mogli e quindi brave madri. Le si insegnava a ricamarsi il corredo, a cucinare prelibatezze anche se poi avrebbero avuto probabilmente una cuoca, a educare adeguatamente a loro volta i figli e a sopraintendere all’economia domestica in generale e alle eventuali donne di servizio. Il Fascismo, quindi, consolidò questa condizione femminile esasperandola all’estremo o la favorì solamente con politiche sociali e per la famiglia? E ancora prima dell’avvento del Regime, le ragazze nate invece in famiglie con pochi mezzi, senza ambizione o possibilità di studiare, acculturarsi ed emanciparsi che venivano mandare a badare al bestiame fin da piccolissime e successivamente in fabbrica a fare le operaie, davvero non desideravano, dopo aver lavorato buona parte della loro vita, trovare un marito che potesse provvedere a loro e al sostentamento del nucleo familiare pur nella misura in cui la loro condizione sociale lo avrebbe permesso? La questione femminile durante il Fascismo non fu adeguatamente affrontata e questo perché da una parte la propaganda del Regime esaltava senza mezzi termini le donne di casa, le “fattrici”, che avrebbero potuto dare figli alla Nazione e che erano femmine vere contrapposte alle donne androgine, le donne “crisi”, mascoline, poco attraenti, inutili per la Patria e il grande progetto demografico della stessa; dall’altra perché l’ideale di famiglia numerosa, centro della vita sociale e religiosa, con mogli e madri esemplari era una immagine già da tempo perpetrata e propagandata dalla Chiesa Cattolica e dal Vaticano, ancor prima che il regime fascista la facesse propria e la appoggiasse incondizionatamente. E quindi Mussolini e i Fasci di Combattimento furono davvero antifemministi tout court? I contraccettivi erano stati imposti in primis dalla Chiesa, così come il lavoro femminile e l’occupazione delle donne era entrato in crisi già prima dell’avvento del Fascismo e continuò per buona parte dopo la caduta del Regime fino alla fine degli anni Sessanta. E quindi, la vulgata femminista che vuole l’annullamento della figura e del ruolo della donna durante il Ventennio è stata approfondita davvero o è solo frutto di posizioni rigide e irragionevoli?

“Carissima Luciana, fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: fucilazione al petto e non alla schiena. Come un soldato”. Questa è l’ultima lettera che l’ausiliaria Margherita Audisio, fucilata a Nichelino il 26 aprile 1945, scrisse alla sorella per dirle addio. L’ultima parte del saggio di Valentino Rubetti, dedicata alle Ausiliarie della RSI, al loro femminicidio e alle angherie, umiliazioni, violenze e stupri che dovettero subire tutte le donne fasciste, considerate tali, o solo sospettare di esserlo, è senz’altro la più toccante e interessante del volume. Che i “vinti” del dopoguerra fecero spesso una fine orribile, a opera di partigiani e non, è un fatto storico ormai acclarato. La pubblicistica, la letteratura e la cinematografia che hanno trattato (ovviamente in molti modi diversi) l’argomento hanno avuto un successo di pubblico tale che fa comprendere quanto in molti il desiderio di sapere e di verità storica sia indubbiamente fortissimo. I partigiani in Italia sono figure quasi sacre, lo sono state nel dopoguerra, per tutta la fine del Novecento, continuano a esserlo oggi, e la loro immagine resterà intatta anche tra cento anni. La loro sacralità poggia sul sacrificio, il coraggio, l’ideale di libertà e giustizia di molti, di tanti, ma forse non di tutti. E forse tra due o trecento anni, così come è successo per gli orrori della Rivoluzione francese, qualcuno darà il giusto peso e la giusta misura anche ai partigiani, separando biblicamente l’oglio dal grano e restituendo onore solo a chi ha combattuto una guerra di liberazione giusta e non a chi ha perpetrato rappresaglie ignobili vanificando l’ideale primario. Ora è troppo presto. I contemporanei hanno ancora nelle orecchie i racconti dei padri e dei nonni. E va bene così. Il tempo porterà consiglio, anche in questo senso. La prima parte del saggio di Rubetti, invece, è poco più che una contestazione di citazioni e saggi scritti da altri, con una introduzione che va fino a pagina 23 in un libro di 159 pagine. Pertanto, lascio al lettore qualsiasi altra considerazione sul lavoro.

 


 

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