Figli di virtù e vendetta

Figli di virtù e vendetta

Sulle coste di Jimeta, la bara di Baba galleggia in attesa che inizi il rito della sepoltura. Zélie e i suoi hanno impiegato settimane per ottenere l’olio funebre con cui impregnare la bara. Dal giorno del rito che ha riportato la magia a Orïsha, il giorno in cui Zélie ha perso Baba, il regno è in preda ai disordini, risorse e cibo scarseggiano. Zélie versa un po’ del prezioso liquido sulla torcia funebre e recita la benedizione ìbùkún per i defunti, liberando la magia che le scorre sotto la pelle. Amari è al suo fianco. La ciocca bianca, segno distintivo dei titàn, spicca tra i suoi capelli. Ripensa al giorno del rito. La spada con cui ha trafitto suo padre, il re Saran, le pesa sul fianco. Sa che non avrà modo di seppellirlo, ma non c’è tempo per la sofferenza. Amari sa di essere l’unica in grado di sanare tutte le ferite inferte da Saran a Orïsha e di garantire la pace. Occorre agire rapidamente, poiché un gruppo di rivoluzionari maji, gli Iyika, ha assaltato la capitale Lagos e sembra si sia persa ogni traccia di sua madre, la regina Nehanda. Amari è decisa a far sì che la storia non si ripeta: una nuova guerra potrebbe decretare la fine di Orïsha. Decide perciò di rivolgersi al popolo in un raduno pubblico e di presentarsi come nuova regina del regno. Ma proprio durante il raduno una figura incappucciata prende la parola: è Nehanda, che dopo aver accusato la figlia di tradimento si copre il volto con una maschera d’oro, mentre i suoi soldati infrangono delle sfere sulla sabbia e minacciose nubi avvolgono l’arena...

Il secondo capitolo della trilogia dell’Eredità di Orïsha, nata dalla penna della giovane autrice statunitense Tomi Adeyemi, riprende le fila della narrazione che si era conclusa nel precedente Figli di sangue e ossa – divenuto vero e proprio caso letterario negli Stati Uniti nel 2018 – con le inaspettate conseguenze del ritorno della magia nel regno di Orïsha. Lo spietato re Saran ha trovato la morte per mano di sua figlia Amari, lasciando il regno privo di un sovrano, e il rito compiuto da Zélie per riportare la magia ha contribuito a creare le nuove schiere di titàn che ora ingrossano le file della monarchia. Due le forze contrapposte pronte a darsi battaglia: da un lato la resistenza Iyika dei maji, decisi a vendicarsi di anni di vessazioni, dall’altro la monarchia, più pericolosa e spietata che mai. Una lotta per la supremazia, una guerra che confonderà continuamente vinti e vincitori, vittime e carnefici, che la Adeyemi ricostruisce nuovamente intrecciando i punti di vista dei tre personaggi principali: Zélie, divenuta suo malgrado simbolo della resistenza maji e soprannominata la “Soldatessa della Morte”, divisa fra il senso di responsabilità nei confronti del suo popolo e la volontà di sottrarsi ad ulteriori sofferenze; Amari e Inan, contendenti al trono di Orïsha, disposti a far uso di ogni mezzo per raggiungere una pace duratura. Pur se ricco di eventi e colpi di scena e dal ritmo serrato, questo secondo capitolo risulta penalizzato da un’estrema ripetitività dei temi portanti – sacrificio, giustizia, fedeltà, vendetta – che si ripercuote anche sull’evoluzione dei protagonisti, i quali appaiono più statici, bloccati nelle proprie riflessioni, a volte quasi trascinati dalla storia e accecati dalle proprie convinzioni. Si riconferma tuttavia l’abilità della Adeyemi nel veicolare commozione e partecipazione per una storia che, spesso e volentieri, assume i connotati di una riflessione universale – sulle ingiustizie e sulla violenza, sul sottilissimo confine che separa, come da titolo, la virtù dalla vendetta –, nell’evocare il fascino delle pratiche magiche, nel descrivere vesti, riti, ambientazioni ispirate a quella mitologia nord-africana di cui è appassionata e profonda conoscitrice. Nel narrare, infine, con semplicità e immediatezza, accompagnando il lettore sino ad un finale inaspettato e sospeso.



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