Figlia del cuore

Ora Ayodele ha 18 anni, sono passati tremilasettecentosettanta giorni da quando i Servizi Sociali si sono impicciati della vita sua e di suo fratello Obani (un anno più giovane), che per inciso non se la stavano cavando neanche male, tutto sommato. Il casermone delle suore non era sto granché, d’accordo, ma avevano comunque un tetto sopra la testa, di che sopravvivere e la loro routine: scuola la mattina (non che ad Ayodele fregasse, ma se bisognava...), pomeriggio in divano a mangiare schifezze con Obani in attesa del papà. D’accordo, papà di fatto viveva per strada di giorno, ma la sera tornava sempre da loro, quindi apposto. Perché mai adesso viene fuori che lei e suo fratello devono trascorrere del tempo a casa di queste due “mozzarelle”, una con Sara e l’altro con Linda? Sara è una palla unica, non fa altro che imporle regole e iniziative ridicole: prepara la tavola, usa forchetta e coltello, ci si lava i denti dopo mangiato, fai i compiti, e il corso di teatro e il corso di nuoto... il bello è che suo papà non si oppone e, anzi, appoggia questa assurdità! Se ci fosse stata la sua mamma, questo non sarebbe successo, peccato che lei non ci sia più. Fatto sta che alla fine, a parte Obani, deve accontentarsi di Sara, con tutte le sue regole, ma anche con la dolcissima nonna Angela, con Linda, con la sua nuova compagna di scuola Serena (simpaticissima), e le gite culturali a Roma, i pic nic al mare. Oddio e se quella marziana di Sara stesse diventando la sua nuova mamma? Bah, quasi quasi...

Ad oggi, in Italia esistono pochi argomenti dibattuti come una ridefinizione di “famiglia” e l’accoglienza dei migranti. Rita Charbonnier si immerge completamente in questi temi scottanti, dando alla luce un racconto incantevole (con una brillante scrittura, ironicamente seria), ispiratosi a vicende reali. Ayodele e Obani sono nati in Italia, da genitori nigeriani immigrati che, a loro volta, si sono conquistati la cittadinanza italiana. Come spesso accade, però, nonostante l’impegno, qui non hanno trovato la fortuna che speravano, anzi la madre trova una morte brutale e ingiusta. Cosa resterebbe a quei due bambini? Non solo dal punto di vista materiale, attenzione. In Figlia del cuore non se ne fa tanto una questione di ricchezza o indigenza, se ne fa una questione di cura, premura, delle attenzioni amorevoli che sempre dovrebbero circondare un bambino, a prescindere da chi può offrirgliele. Allora perché in Italia una donna single può prendere in affido temporaneo ma non adottare un figlio, salvo rarissime eccezioni? Si dà per scontato che possa “amare meno” ed essere più manchevole di una coppia “regolare”? Che poi, davvero oggi deve esistere ancora un concetto di “regolare”? “Una madre, una madre e un padre, due madri e tutte le possibili combinazioni, quella è forma, non è sostanza. E mi sembra che la sostanza abbia a che fare essenzialmente con due cose: fidarsi gli uni degli altri e sostenersi gli uni con gli altri. Qualunque cosa succeda e in modo continuativo”. Perché c’è ancora bisogno di ribadirlo?

 


 

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