Figlie ferite dell’Africa

Figlie ferite dell’Africa

In Congo, dal 1999, l’ospedale di Panzi, una struttura non particolarmente all’avanguardia, si trova ad affrontare un esponenziale aumento di stupro di donne, messo in atto via via sempre più sistematicamente dall’esercito. I medici non sono preparati ad affrontare le ferite feroci che gli si presentano: “Operavamo dalla mattina alla sera e in certi casi le lesioni erano talmente anomale che nessun manuale indicava come trattarle. Allora eravamo costretti a improvvisare, a inventare tecniche che permettevano di riparare quelle donne”. In prima linea a cercare non solo di curare ma anche di sensibilizzare il mondo su questa atrocità vi è il medico ginecologo Denis Mukwege. Dopo avere ricevuto, a Panzi, la visita dell’allora sottosegretario ONU per gli affari umanitari (nel 2006) gli viene offerta la possibilità di intervenire all’Assemblea, in seduta plenaria, per rendere nota la situazione che si è venuta a creare nel suo Paese. Alla seduta però non partecipa l’ambasciatore congolese. L’amarezza per questa assenza viene in parte mitigata dall’incontro con Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina e fondatrice di V-Day, un’organizzazione che combatte contro la violenza e le discriminazioni nei confronti delle donne. Ensler e Mukwege danno vita a un centro di formazione per le donne curate in ospedale. Il medico, subito dopo il suo rientro da New York, riceve una minaccia telefonica. Una voce maschile gli “suggerisce” di tacere e di smettere di calunniare il suo paese. Mukwege non si spaventa e prosegue nella sua lotta. Le minacce però sono serie…

Denis Mukwege, in questa che è la sua autobiografia, raccolta dal giornalista norvegese Berthil Åkerlund, racconta la sua esperienza di medico e di uomo, impegnato nella assistenza e cura delle migliaia di donne che, nel corso degli anni, dalla fine del secolo scorso, hanno subito e subiscono inaudite aggressioni e violenze sessuali da parte dei militari e/o dei miliziani della regione del Kivu, nella parte sudorientale del Congo. Le ferite fisiche devastanti dell’apparato genitale femminile, il modo in cui vengono procurate e le conseguenze che provocano sono terrificanti: “In alcuni casi una volta consumata la violenza, lo stupratore trafigge la vagina con una baionetta o con un bastone rovente ricoperto di plastica sciolta. Altri ancora versano acidi corrosivi sul basso ventre o introducono la canna del fucile. E sparano”. Oltre al corpo, è l’equilibrio psicologico a venire violentato. Non dimentichiamo che siamo in un Paese africano, dove l’emancipazione femminile e la consapevolezza dei diritti delle donne sono ancora fragili; e quindi chi subisce violenza da una parte viene ripudiata dal marito/compagno perché impura, essendo stata toccata da altro uomo (la non accondiscendenza della donna è una variabile che non viene presa in considerazione) e dall’altra si sente essa stessa piena di vergogna, con la conseguenza dell’esclusione sociale. Il Congo, come tutti i Paesi africani ex-colonie o protettorati europei, ha subito il distacco dal Belgio, in questo caso, in maniera assolutamente traumatica. Si sono succeduti conflitti sanguinosi, sotto la dittatura di Mobutu ha subito un notevole rallentamento civile, dal 1971 al 1997 è stato ribattezzato Zaire per tornare poi alla sua denominazione originaria, e anche se oggi la situazione generale è relativamente tranquilla, nella regione del Kivu ci sono ancora bande di miliziani, di ex-soldati che fanno razzie e massacrano civili. Lo stesso Mukwege è scampato a diversi attentati, uno dei quali l’ha lasciato miracolosamente illeso. Vive, con la famiglia, all’interno dell’ospedale di Panzi (che nel frattempo è stato rimodernato e ampliato con l’aggiunta di un reparto specifico per le donne vittime di violenza) e ogni suo passo è controllato da una scorta di militari ONU. Per il suo impegno a favore delle donne ha ricevuto numerosi premi, tra cui ricordiamo il Premio Olof Palme nel 2009, il Premio Sacharov nel 2014 (dal Parlamento Europeo) e il Nobel per la pace nel 2018. Egli continua la sua attività, con la convinzione che “Tutte queste atrocità devono finire: le nostre donne devono tornare a sentirsi al sicuro nelle loro comunità”.



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