Finché il caffè è caldo

Finché il caffè è caldo
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Din Don. Fin dall’inizio dell’epoca Meiji un doppio rintocco segna l’ingresso degli ospiti in un piccolo café dall’atmosfera retrò, nascosto in un seminterrato di Tokyo. Nonostante i suoi oltre cent’anni, il locale si presenta immacolato e continua a servire un caffè aromatico preparato con pregiati chicchi provenienti dall’Etiopia. La mancanza di finestre, la luce soffusa e i tre orologi appesi alle pareti, totalmente scoordinati, ne fanno un luogo senza tempo. Ma in realtà è proprio con il tempo che il café ha un rapporto davvero speciale. Solo nove posti a sedere, di cui uno riservato a chi, insieme a una tazza fumante, vuole assaporare l’inusuale sensazione di un ritorno al passato. Il moto vorticante del vapore intrappola il corpo conducendolo all’esatto momento che si desidera rivivere. Un viaggio alla portata di tutti: basta ordinare un caffè e prendere posto al tavolo designato. Prima di partire però è bene ricordarsi alcune semplici regole di cui due fondamentali: non bisogna lasciare che il caffè si raffreddi, né sperare di poter cambiare il presente. E se a qualcuno queste regole fanno paura, tanto che spesso il café rimane vuoto, non è così per Fumiko. Non particolarmente amante del caffè, Fumiko ha però un grande rimorso e spera di tornare indietro al giorno che segnò la fine del suo grande amore. Anche Kokate decide di fare un viaggio nel tempo e assicurarsi un posto tra i ricordi del marito prima che svaniscano inesorabilmente. E dopo di lei Hirai, a cui basta riavvolgere la pellicola di sette giorni per ricucire i rapporti con la sorella minore. E infine Kei, che non ha rimorsi e per prima chiede al caffè caldo di poter dare un’occhiata veloce al suo futuro…

Con questo suo romanzo d’esordio Toshikazu Kawaguchi ha creato un caso editoriale in Giappone e vinto il prestigioso Suginami Drama Festival, dove il libro è stato rappresentato come opera teatrale. Kawaguchi lavora in realtà proprio come sceneggiatore e regista e, non a caso, leggendo il suo libro ci si sente un po’ come di fronte a un palcoscenico. Din don, arriva un ospite, si apre il sipario. Din don, l’ospite va via, il sipario si chiude. Un romanzo costruito a mo’ di copione, con scene ben definite e pochi attori. Proprio per questo susseguirsi veloce di tempi e sceneggiature, la lettura risulta estremamente scorrevole anche se ricca di sentimento. Il lettore ghiotto di letteratura giapponese non mancherà di notare una carica emotiva che ricorda temi tanto cari a Banana Yoshimoto: morte, solitudine, nostalgia. La traduzione di Claudia Marseguerra ci permette poi di apprezzarne lo stile semplice, fatto di lessico essenziale e toni quasi fiabeschi. Ma, oltre alla forza evocativa, dalle favole Kawaguchi prende in prestito anche la volontà di trasmetterci una morale: tra le sue pagine si legge e rilegge un invito a godere del presente come fosse una tazza di caffè, a piccoli sorsi, ma prima che si raffreddi e perda d’intensità. Nel 2018 il regista Ayuko Tsukahara ha tratto dal romanzo un film, interpretato da Kasumi Arimura.



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