Fine

Fine

Malmö, Svezia, 2011. Per Karl Ove Knausgård le settimane che precedono la pubblicazione del primo volume della monumentale serie di libri racconti sotto al nome di La mia battaglia sono un periodo difficilissimo. Dopo aver mandato la bozza del manoscritto ai famigliari per raccogliere le loro opinioni, viene duramente attaccato dallo zio paterno Gunnar, che lo accusa di aver descritto situazioni inesistenti riguardo al fratello defunto e padre di Karl Ove, infangando il cognome Knausgård e dipingendosi come un eroe. Lo zio minaccia azioni legali e Karl Ove acusa il peso della responsabilità di ciò che scritto. Il suo sentirsi inaffidabile lo porta a farsi domande sul senso di ciò che sta costruendo, sul progetto che ha in mente e sulle motivazioni che lo hanno spinto a farlo: raccontare la propria disperazione. “Quell’oscurità minuta, l’ombra sull’anima, il piccolo inferno personale del piccolo maschio, un inferno così piccolo da essere in realtà inesprimibile, ma capace allo stesso tempo di colmare tutto.” Per farlo, per metterlo in luce, occorre però essere veri; mostrare la propria nudità, esporre non solo sé stessi ma anche tutti quelli che ti circondano. Nel suo caso, la moglie Linda, ma anche i quattro figli piccoli. Tutto deve essere descritto alla luce della verità. E questo non è solo un processo di edizione faticoso, difficile e lungo, ma anche rischioso, invasivo. La moglie, così come il fratello Yngve, sanno che Karl Ove sta scrivendo un romanzo in cui parla anche di loro, ma niente di più. E quando leggeranno il manoscritto, verità e realtà si incontreranno. Lo scontro con lo zio Gunnar e le sue richieste di modifica o cancellazione di parti fanno sì che Karl Ove cominci anche una profonda riflessione sul significato dei nomi, partendo da un frammento di una poesia di Paul Celan. I nomi infondono la vita, sia alle persone vere che ai personaggi letterari. Ne dipingono i contorni, ne definiscono i tratti somatici, rendono un individuo unico e si contrappongono ai numeri, disumanizzanti e generatori si sequenze riproducibili…

Nelle persone, in certe più di altre, esiste una forma di inquietudine che spinge a creare qualcosa. La loro ansia, la loro incompletezza le costringe ad agire, a modificare il mondo. Una pulsione il cui obbiettivo è rendere il proprio mondo armonico. Questo è ciò che, in sostanza, spinge Karl Ove a scrivere l’opera La mia battaglia, composta da sei volumi per un totale di quasi quattromila pagine. “Per tutta la vita mio padre mi ha tenuto stretto in una specie di morsa, anche dopo la sua morte, e dal momento che voglio raccontare la mia storia, devo spingermi fino in fondo.” Un viaggio che è anche un progetto di libertà, così come gli dirà il suo editore. E la libertà è qualcosa che uno si prende. Se ti venisse concessa, significherebbe che sei uno schiavo. Perciò la scelta è tra il dire tutta la verità o il non farlo. L’intervento dello zio paterno costringe Karl Ove a togliere il nome del padre dal romanzo, nominato unicamente con le parole “mio padre”. Da qui il lungo e profondo ragionamento dell’autore sul significato dei nomi e sulla loro importanza. Ispirandosi ad Handke, Karl Ove decide di scrivere la sua storia usando un linguaggio che impedisca di evocare i personaggi in un contesto letterario, dando loro una vita fittizia. Lo scopo del linguaggio usato sarà invece quello di richiamare ciò che circonda la figura di suo padre, rappresentando la realtà in maniera autentica. Fine ci porta, all’opposto del titolo, cioè all’inizio di tutto. O meglio, al momento di sospensione durante il quale il libro esiste ma non è ancora visibile. Il processo di scrittura è stato fatto, l’ombra sull’anima schiarita, l’oscurità minuta e il piccolo inferno colmati. Ma la battaglia non è ancora vinta. La pubblicazione della serie di romanzi spalancherà la porta della vita di Karl Ove e della sua famiglia sul mondo e tutti vi potranno entrare. Avvertimento: leggere tutti e sei i volumi di La mia battaglia è come scalare una montagna, la medesima sensazione descritta dalla traduttrice Margherita Podestà Heir nella nota finale al romanzo che si consiglia di leggere. Un piccolo ma prezioso contributo che, assieme al video proposto sul sito della casa editrice, aiuterà il lettore a conoscere ancora meglio la storia di questo autore, il suo percorso umano e letterario, così come l’incredibile lavoro che sta dietro alla traduzione di cui oggi i lettori italiani possono godere.



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