Salta al contenuto principale

Fino a qui tutto bene

Fino a qui tutto bene

Il momento preciso in cui viene comunicata una diagnosi di tumore maligno rimane indelebile nella mente di ogni paziente come uno di quei flashback che riecheggiano per tutta la durata di un film. Allo stesso modo non si può dimenticare nulla del tragitto che ti porta ad una pur minima speranza di guarigione: ogni singola visita, ogni tac, ogni sessione di chemioterapia, ogni capello caduto – rosso per quella bella tinta all’henné che ti piaceva tanto. Biopsia e tac di centraggio diventano termini quotidiani. Sabrina Paravicini ha la fortuna di avere un’isola a cui naufragare in questo oceano di mare scuro e pieno di dolore: suo figlio Nino, quel ragazzo che le rimarrà accanto sempre, capace di trasmettere dosi massicce di endorfine tramite la sua hug therapy, come la chiama lui. La terapia più invasiva passa attraverso “l’ago grigio, quello più grande” che si fa violentemente strada nella vena e preme per iniettare un liquido troppo freddo. Lei impara ad accettare il “suo” tumore, quella “parte impazzita del [suo] strumento di vita” che non riesce a detestare perché è dentro di lei, fiero come un nemico che deve sconfiggere, pur portandogli il giusto rispetto…

Sabrina Paravicini - attrice, regista, scrittrice e sceneggiatrice - non parla mai di “mostro”, non appare mai incazzata, come giustamente farebbero molti nella sua stessa condizione. Dalla lettura, anzi, traspare, un senso generale di serenità che affascina e rende questo viaggio personale in prima persona (non potrebbe essere diversamente) all’interno dei reparti ospedalieri oncologici sopportabile. Ha paura, certo, come darle torto, ma da perfetta guerriera raccoglie saggiamente le sue armi per uscirne vincitrice. Dieta chetogenica, micoterapia, estratti di funghi dai nomi fiabeschi che la conducono alla fine del tunnel provata, ma non a pezzi. Se per alcuni – i classici creatori di nessi causa-effetto per le vite altrui basati su alcun fondamento – la causa di tutto sarebbe imputabile al dolore connesso all’autismo del figlio, lei sa che il tumore non è altro che un frutto dell’inevitabile ribellione di un corpo che nel tempo ha subito diverse prove. La parola più bella che si legge in uno degli ultimi capitoli (visto l’argomento) è follow-up, quelli che tutti vorrebbero sentire dopo mesi di combattimento. Lei sa di essere arrivata alla fine, di aver attraversato anche questa esperienza e lo racconta senza alcun tipo di retorica – soprattutto quella buonista che negli ultimi anni sembra affacciarsi continuamente in biografie del genere.

LEGGI L’INTERVISTA A SABRINA PARAVICINI