Frankenstein 1818

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XVIII secolo. Il capitano Robert Walton, giovane navigatore inglese, ha investito gran parte della fortuna ereditata dal defunto cugino – contro il volere di tutti i suoi familiari e in special modo dello zio Thomas, che lo ha cresciuto dopo la morte del padre – per organizzare una spedizione al Polo nord, convinto che l’Artide non sia una landa ghiacciata deserta ma una terra su cui splende sempre il sole, dal clima mite e dalla vegetazione lussureggiante. Per prepararsi all’impresa ha partecipato a diverse spedizioni di caccia alla balena nel Mare del Nord lavorando duramente il giorno come marinaio e passando la notte a studiare matematica, medicina e fisica. Ora è a San Pietroburgo e da qua conta di partire presto per il porto di Arcangelo, dove ha intenzione di reclutare un equipaggio, affittare una nave e partire intorno a giugno per il continente artico. Scrive lettere piene di affetto e di entusiasmo alla sorella Margaret spiegandole quello che intende fare, per darle un’idea “della trepidazione, metà piacevole metà spaventosa” con la quale si appresta all’impresa che sogna da quando era bambino. Poi finalmente giunge il momento per lui di salpare verso il suo sogno e verso l’ignoto. Una lettera datata 7 luglio racconta di una navigazione favorita da un forte vento da sud e tutto sommato tranquilla, se si eccettuano gigantesche e pericolose “lastre di ghiaccio galleggiante” che vanno sempre tenute d’occhio. Una nuova lunghissima lettera, datata 5 agosto, racconta però a Margaret una storia davvero incredibile. Qualche giorno prima la nave comandata da Robert è stata accerchiata dal ghiaccio e si è fermata, avvolta da una fitta nebbia attraverso la quale si intravedono “vaste e frastagliate distese di ghiaccio, apparentemente infinite”. D’un tratto, a Walton e ai suoi è parso di intravedere una slitta correre a circa mezzo miglio di distanza, trascinata da cani e guidata da quello che sembrava un uomo gigante. Poi in poco tempo il mare si è gonfiato e ha spezzato il ghiaccio, liberando la nave, però l’equipaggio è rimasto fermo fino al mattino, temendo di scontrarsi al buio con i frammenti enormi alla deriva. All’alba, su uno di quei frammenti i marinai hanno veduto una seconda slitta, circondata da una muta di cani morti tranne uno e con accanto un uomo “con le membra quasi congelate e il corpo orribilmente deperito dalla fatica e dalla sofferenza”. Issato a bordo, lo sconosciuto è stato rianimato frizionandone il corpo con il brandy e nutrendolo con una zuppa calda. Quando, ore e ore dopo, si è ripreso tanto da poter parlare, Walton lo ha condotto nella sua cabina per ascoltarne la storia. L’uomo affermava di star inseguendo… qualcuno o qualcosa, proprio il gigante che avevano intravisto la notte precedente. E ha cominciato a raccontare la sua storia pazzesca, che Walton ha trascritto pazientemente…

Il 1816 fu definito “l’anno senza estate” perché flagellato da piogge e freddo causati dalle circa 100 milioni di tonnellate di zolfo e ceneri proiettate nella stratosfera dall’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, che aveva causato 200.000 morti nell’aprile 1815. Un evento catastrofico che non ebbe solo pesantissime ripercussioni sul clima a livello globale (ripercussioni che durarono per molti anni), ma che – incredibilmente – segnò la storia della letteratura. Fu a causa della pioggia incessante infatti che il gruppo di giovani intellettuali europei ospiti di lord George Byron, ricchissimo letterato e dandy scandaloso, nella villa Diodati di Cologny, sulle rive del lago di Ginevra, in quel giugno 1816, fu costretto a trovare un modo di vincere la noia, ideando una sorta di gioco di società letterario. Già da qualche sera Byron, il suo medico John Polidori, il promettente poeta Percy Bysshe Shelley, la sua compagna diciottenne Mary Shelley e la di lei sorella maggiore Claire Clairmont si dilettavano, oltre che con l’alcol e il sesso, con la lettura di storie di fantasmi, e quindi nacque l’idea di fare a gara a scrivere storie spaventose. La giovane Mary si sentiva inadeguata, priva di idee (e mortificata per questo, fiera com’era) ma qualche notte dopo finalmente ebbe l’ispirazione che portò a questo monumentale romanzo: però la strada per arrivare a Frankenstein o il moderno Prometeo era ancora lunga. Influenzata dalla lettura (probabilmente suggerita da Polidori) di articoli sulle teorie di Erasmus Darwin e sugli esperimenti di Luigi Galvani e Giovanni Aldini e dall’aver visitato nel 1814 il castello Frankenstein nei pressi di Darmstadt (circostanza questa scoperta dallo studioso Radu Florescu e confermata da A. J. Day, mentre Jörg Heléne la ritiene una balla costruita ad arte), dove aveva vissuto un nobile chiamato Conrad Dippel che aveva fama di alchimista e di cui si raccontavano terribili storie di esperimenti su cadaveri, la Shelley costruisce una storia multistrato imperniata sulla figura di uno scienziato (Frankenstein, appunto, che è il creatore e non la creatura come crede il grande pubblico) che prova a sconfiggere la morte ma così facendo scatena una forza oscura e letale. Il riferimento a Prometeo, il titano della mitologia greca che ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, per la Shelley ha una connotazione quasi del tutto negativa e – attenzione – non è originale, perché già Immanuel Kant lo aveva adoperato per riferirsi a Benjamin Franklin e alle sue scoperte sull’elettricità. La stesura del romanzo terminò nell’aprile 1817, ma la giovane autrice dovette affrontare una ulteriore dura prova, oltre ai suicidi della sorellastra Fanny e della prima moglie di Percy, Harriet, avvenuti durante la scrittura: nessun editore voleva pubblicare quella storia morbosa firmata oltretutto da una giovane donna. Dopo una serie impressionante e umiliante di rifiuti, la Shelley dovette adattarsi a pubblicare il suo libro d’esordio per il piccolissimo editore londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor & Jones (in tre volumi tirati in 500 copie) e in forma anonima con una prefazione di Percy Bysshe Shelley, così che tutti pensassero fosse lui il vero autore. Solo nel 1831 – dopo un lusinghiero successo, buone critiche e qualche riduzione teatrale – il romanzo poté uscire in un unico volume (per i tipi di Henry Colburn & Richard Bentley, stavolta) e firmato da Mary Shelley, che però volle rivedere alcuni punti rendendo Frankenstein o il moderno Prometeo più “morbido” per evitare ulteriori problemi. Sono numerose le modifiche: per esempio la diversa scansione in capitoli della prima parte, le diverse origini del personaggio di Elizabeth Lavenza (non più cugina di Victor e perciò meno scandalosa da amare e sposare), i riferimenti espliciti di Victor al galvanismo. È quella del 1831 la versione più diffusa del romanzo, ma bene ha fatto Neri Pozza – in occasione del bicentenario della pubblicazione – a proporci la prima e più “irruenta” versione dell’opera, da molti ritenuta non a torto più “vera” e interessante. La magnifica introduzione di Charlotte Gordon che correda questa imperdibile edizione italiana (mentre è a dir poco trascurabile quella firmata da Nadia Fusini) è ricchissima di informazioni e perfetta nel rintracciare punto per punto, idea per idea, dolore per dolore gli eventi privati e il background culturale di Mary Shelley che hanno dato forma al suo Frankenstein o il moderno Prometeo, tanto da trasformare il romanzo da storia soprannaturale in “complesso studio psicologico”. Sin dagli albori della settima arte la potenzialità enorme della storia della tormentata creatura di Frankenstein non è sfuggita ai cineasti. Il primo adattamento cinematografico arriva nel 1910 grazie a J. Searle Dawley, con Charles Ogle nei panni del mostro. Nel 1915 Joseph W. Smiley ambienta la storia in tempi moderni e dà il volto della creatura a Percy Standing, che ottiene un successo enorme con questo ruolo: purtroppo il film è andato perduto. Nel 1921 arriva addirittura una versione italiana: Il mostro di Frankenstein, diretta da Eugenio Testa e interpretata da Umberto Guarracino. La prima versione sonora al cinema è anche quella più famosa della storia: il Frankenstein del 1931 della Universal, diretto da James Whale e con un immenso Boris Karloff nel ruolo della creatura e con il make-up che è entrato definitivamente nell’immaginario collettivo, tanto da essere utilizzato nel 90% degli innumerevoli film seguiti. Tra i quali merita una segnalazione soprattutto Mary Shelley’s Frankenstein, che fa parte del 10% diverso dal canone, diretto e interpretato da Kenneth Branagh nei panni di Victor e da Robert De Niro in quelli della sua creatura nel segno di una rinnovata fedeltà al libro. Libro che, a rileggerlo oggi, ha davvero dell’incredibile. E non per la geniale idea di base, non per le atmosfere fascinose, non per lo stile o per l’architettura narrativa impeccabile, no. Perché è stato scritto da una diciannovenne. Nell’Ottocento. Diciannovenne. Ottocento. Frankenstein. Pensateci.



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