The Free

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Leroy è tornato dalla guerra in Iraq con la mente senza più memoria e ferite che non sembrano passare. Come altri veterani prima di lui, l’esperienza sul campo militare ha segnato la sua esistenza e frantumato i rapporti che aveva prima di partire. Adesso si trova in una casa-famiglia, in perenne convalescenza, circondato dalle cure professionali di persone che sembrano, almeno per quanto possibile, essergli accanto. Una sera si trova solo con i fantasmi che annebbiano la sua mente e, mentre il custode di notte si è appisolato, tenta il suicidio. Miseramente questo tentativo di porre fine alle sue sofferenze fallisce e viene portato all’ospedale per curare le nuove lesioni causate al suo corpo. Ricoverato, Leroy viene assistito da sua madre e dall’infermiera Pauline, che è abituata a barcamenarsi in una vita fatta di solitudine, cibi precotti e un padre che ormai dimostra continuamente di non essere più – almeno mentalmente – quello di una volta. Ama il suo lavoro e dare una mano a chi ne ha bisogno, perdendo di vista però i suoi bisogni e le sue necessità. Proprio come Freddy, quel custode che la stanchezza ha spinto a chiudere gli occhi davanti ai piani di suicidio di Leroy. Lui sogna di riavere le proprie figlie con lui da quando la moglie lo ha lasciato per andare in Florida. Sempre da allora è costretto a fare due lavori per pagare le spese di mantenimento conseguenti e l’ipoteca di una casa che sa benissimo dovrà dare via. Come Pauline, sbarca il lunario in attesa di un futuro migliore che a ben guardare sembra deciso a non arrivare…

Non si può non rintracciare la presenza di John Steinbeck in questo bel romanzo di Willy Vlautin che dimostra ancora una volta di saper ben raccontare l’America vera, quella di chi non fa comparsate in televisione o assurge alla fama da influencer sui social. Qui ogni personaggio lotta ogni giorno per arrivare a fine mese, a far quadrare un bilancio che appare sempre fondato sulle perdite, non solo economiche. Le storie di Freddy e Pauline sono emblematiche di una società che per quanto si dia da fare e lavori anche di notte sembra sempre in rosso. Proprio la descrizione di questa working class in perenne lotta è la parte più affascinante di un libro, che risente un po’ però della scelta dell’autore di includere i sogni distopici di Leroy. Questa sezione, infatti – pur permettendo a Vlautin di criticare le decisioni prese dai politici del suo Paese che tendono, come in molte altre nazioni, ad una preoccupante deriva della destra più nazionalista, e di raccontare un futuro prossimo scuro se non si pone rimedio in tempo alla suddetta deriva – rallenta in parte la narrazione, che viene costantemente messa in stand-by. A parte qualche piccola scelta opinabile in fase di traduzione, l’edizione italiana mantiene bene il doppio registro del romanzo, che viaggia su due binari ben definiti.

LEGGI L’INTERVISTA A WILLY VLAUTIN



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