Friday Black

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Prima cosa da fare appena sveglio: stabilire il proprio livello di Nerezza. Da 1 a 10, è difficile farla andare sotto a 4,0. Fuori di casa, per la strada, Emmanuel si sente osservato, evitato e la Nerezza schizza alle stelle. E poi si sente in colpa per l’imminente colloquio di lavoro, mentre tutti sono ancora scossi per la sentenza Finkelstein: George Wilson Dunn è stato assolto dalle imputazioni a suo carico. Incriminato per aver tagliato la testa a cinque bambini con la motosega che teneva nel cassone del suo furgone, ora è libero di fare quello che vuole. Aveva tutto il diritto di proteggersi, dirà il suo avvocato, poiché ha creduto di essere in pericolo, lui e i suoi figli, veri americani, a loro volta figli di questa grande nazione sovrana. E quei ragazzini, fuori dalla biblioteca Finkelstein di Valley Ridge, South Carolina, lo avevano fatto sentire in pericolo. Se ascoltasse le raccomandazioni dei suoi, Emmanuel dovrebbe evitare i guai perché, dopo la sentenza, la gente ha cominciato a morire sotto i colpi di percosse e punteruoli. I Nominatori, li chiamano. Agiscono come in stato di trance, pronunciando, mentre uccidono, i nomi dei piccoli decapitati… “Benvenuti a Zimmer Land” dice la Statua della Giustizia accogliendo il visitatore. L’attore, dopo aver mostrato il badge all’ingresso, si prepara a recitare la propria parte: un giovanotto che, mentre attraversa Cassidy Lane, sta combinando qualcosa, o non sta combinando niente. In ogni caso, rappresenta l’intruso. Il visitatore, comodamente seduto in poltrona, lo scorge attraverso la finestra. “Senti” dice “io qui di delinquenti non ce ne voglio. Te ne devi andare.” Inizia sempre così, fino a quando il visitatore non gli sferra un pugno e poi gli spara, una, due, tre volte. L’attore, protetto dalla meccanotuta, quando sta per morire, fa sempre in modo di essere molto vicino al visitatore, di modo che la sacca di sangue finto gli esploda in faccia…

Uno diverso dall’altro come i sassi lanciati contro le vetrine, imprevedibili e sorprendenti come angoli bui che si illuminano, tutti però a loro modo distopici come questo mondo che stiamo deformando, questi tredici racconti rappresentano l’esordio letterario di Nana Kwame Adjei-Brenyah, scrittore americano di origine ghanese, allievo di George Saunders e inserito nel 2018 tra i migliori cinque scrittori americani esordienti sotto i 35 anni. Sono pugni allo stomaco, che riceviamo mentre sul ring stiamo combattendo corpo a corpo con una realtà nuova, che però sta proprio dietro l’angolo e che ci raggiunge alla faccia con la forza di un gancio. Sono innesti di quotidianità mescolata al futuro, che creano scenari possibili ma soprattutto angoscianti. Dentro ai suoi racconti, Nana Kwame Adjei-Brenyah mescola tutto ciò che si trova nel lato oscuro della nostra società, la brutta faccia dell’uomo che abita accanto a noi e che noi stessi siamo. Non solo dell’essere considerato diverso a causa del colore della propria pelle si parla, quella Negritudine misurata in decimi, ma anche dell’uomo che si trasforma in zombie durante i cosiddetti e tanto attesi black friday. Il racconto che dà il titolo alla raccolta ci descrive la deriva disumana dei consumatori affamati di sconti, che si spintonano e muoiono, che sbavano e parlano a monosillabi, rotolando all’indietro nella catena evolutiva solo per acquistare un prodotto PoleFace®. Siamo insomma esseri difettosi, che in Dopo il Lampo si uccidono e tornano a vivere, aspettando la fine del mondo e l’immensa luce che ingoierà tutto. Nel frattempo, come in un purgatorio terrestre, dopo aver ucciso tornano a vivere ripetendo il crimine infinite volte, sino a quando una ragazzina decide di smettere di far del male e sceglie il bene. Nana Kwame Adjei-Brenyah possiede uno stile tutto suo, ottenuto grazie al lavoro interiore, grazie ai suoi insegnati che, in una lettera pubblicata su LitHub, omaggia regalando anche a tutti gli altri esordienti una piccola lezione di umiltà. Una testimonianza e un incoraggiamento che già dall’esergo ci insegna che: qualunque cosa immagini, la possiedi. Parola del rapper Kendrick Lamar.

 


 

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