Friday Night Lights

Friday Night Lights

Boobie Miles, running back della Permian High School, fa i conti con il suo ginocchio in fase di guarigione e la sfida contro i Midland Lee, i nemici dei Panthers, che sta per affrontare sotto gli occhi di 15 mila persone. In palio il campionato del distretto, la devozione dei tifosi, l’interesse dei reclutatori dei college. Attraversa la distanza che lo separa dal quartiere povero dei neri in cui abita e la scuola. Dopo il raduno con i compagni di squadra e la smania di mostrare a tutti che è tornato in sé, fatica a seguire le lezioni prima della partita. Jerrod McDougal sogna di vincere non per frequentare un college prestigioso, tanto lui col suo metro e settantacinque vale poco, non ha nemmeno un grande talento, ma è un bravo offensive tackle figlio di un petroliere sull’orlo del fallimento. È in campo che le cose cambiano, in campo è come stare in un’arena, come essere gladiatori, essere potenti e “non esiste droga, alcol o donna capace di darti uno sballo così”. Mike Winchell, il quarterback, vive in una squallida casa in cui non fa entrare nemmeno la sua ragazza e non ha la macchina. Detesta l’attesa prima della partita e avverte su di sé tutta la responsabilità del ruolo. Fatica a tenere a bada la paura e non pensa al suo futuro come fanno altri. L’idea di lasciare il Texas per andare alla Brown o Yale lo terrorizza. Sono troppo lontane per i suoi gusti. È questo il suo angolo di mondo, qui si sente al sicuro. Ivory Christian vomita come sempre prima di una partita, non regge la tensione e odia un sacco di cose che riguardano il football, ma è uno dei capitani della squadra e deve per forza essere “Mister Macho”. È così e basta. E se sei grosso e nero che altro puoi fare? Il coach Gary Gaines sorride, è un uomo “straordinariamente bello” e i suoi occhi esprimono affetto e conforto, è pronto a mandare in campo i suoi ragazzi e spronarli come si deve, perché i Panthers, affettuosamente chiamati Mojo dai loro sostenitori, devono dare tutto quello che hanno. È il 1988, è venerdì sera e la partita sta per iniziare, l’arbitro è pronto a lanciare la scintillante monetina…

L’illuminazione per questo libro colpisce il giornalista Harry Gerard Bissinger (conosciuto anche come “Buzz” Bissinger) mentre trascorre le giornate nella sua ordinaria casa a Philadelphia. Un progetto che non nasce dal nulla, ma è l’equivalente di un sogno accarezzato in giovanissima età, nutrito negli anni, in attesa del momento giusto per concretizzarlo. È una idealizzazione della “America vera”, come la definisce, a cui dare dei volti, delle esistenze tangibili in cui riconoscersi. La squadra dei Permian Panthers a Odessa in Texas è la prescelta, con i suoi 20 mila spettatori ogni venerdì sera. Odessa è un microcosmo che racchiude tutte le facce dell’America, col suo stadio costruito nel 1982 costato 5,6 milioni di dollari, composto da “due enormi ali di cemento con un campo da football annidato nel mezzo”. Bissinger sceglie di vivere a Odessa per un anno, a partire da luglio 1988, e conoscerla a fondo, vuole scrivere della middle class, dello sport giovanile, di sobborghi, crisi economica e speranze per il futuro. Vuole parlare del sogno sportivo e della sua illusione. Che in America lo sport sia fondamentale lo abbiamo visto in una infinità di film. Giovani di varia etnia e classe sociale aspirano a migliorare il loro futuro tramite le competizioni scolastiche, per ottenere una borsa di studio per una prestigiosa Università o solo per scappare dalla provincia. È il loro sogno ed è quello dei loro genitori, una proiezione autentica di speranze e illusioni mai ottenute per sé. Ma nel libro non si parla solo di sport, si racconta di una città dalla storia particolare, dove l’ostruzionismo alla desegregrazione razziale (niente a che vedere con integrazione o inclusione) è andato avanti fino agli anni ottanta e la resistenza alle leggi governative e alle sentenze dei tribunali è sempre stata forte. La questione della razza è stata determinante anche in merito al football e alla possibilità o meno di accettare ragazzi “non bianchi” in squadra. Vengono evidenziate le storture di un sistema scolastico sacrificato al football, che non sprona gli studenti allo studio e non li prepara all’Università, ma assegna voti a tavolino per evitare bocciature. Lo strepitoso successo del libro ha portato alla produzione di un film omonimo nel 2004. Nel 2006 ha avuto inizio la serie dedicata al libro (in questo caso tutti i nomi dei personaggi sono stati cambiati), composta da cinque stagioni e con lo stesso regista del film, Peter Berg. Premiata dalla critica, meno dal pubblico televisivo. Trasmessa anche in Italia col titolo High school team. Il libro è strutturato in modo tale da lasciare spazio alle vite in campo dei giovani protagonisti e alle loro storie familiari, alle dinamiche di una comunità e ai sentimenti personali. Non mancano colpi di scena e elementi di storia locale, i brani prettamente tecnici legati al football non condizionano la lettura e lo stile di Bissinger merita, cattura e coinvolge con immagini efficaci come “il frullare delle aspirine nei flaconi di plastica come ossa agitate in aria per scacciare gli spiriti maligni”, e “le case antiquate e cadenti con la vernice scrostata, simili a file di denti ingialliti sul punto di cadere dalla gengiva trasudando un afrore di decomposizione”. Sotto molteplici aspetti la fama – incluse le polemiche scatenate a Odessa – di questo libro è decisamente meritata. Alla fine del volume è presente una postfazione scritta nel 2015, 25 anni dopo la prima pubblicazione, in cui Bissinger racconta con amarezza e rimpianto, la nuova vita dei ragazzi della Permian, i loro fallimenti e errori di valutazione. Con tutto l’impatto emotivo lasciato dalle emozioni provate in quegli incontri.



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