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Fuoco e carne di Prometeo

Se un qualsiasi avventore di una libreria di Londra, a metà marzo 1818, avesse preso tra le mani il primo volume di quel triple decker (molti romanzi venivano stampati in tre volumi successivi per sondare il mercato e finanziare con le vendite del primo volume la stampa degli altri due) sarebbe senza dubbio stato colpito dal suo strano titolo: la prima metà era costituita da una parola chiaramente tedesca, Frankenstein, e quindi richiamava all’epoca immagini di occultismo, aveva un sapore gotico, tenebroso. La seconda, o il moderno Prometeo, faceva riferimento alla mitologia greca, quindi alla cultura classica e anche al Romanticismo, perché il titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini era senza dubbio un’icona libertaria, un simbolo di sfida all’autorità, il tipo di sfida che viene lanciata non importa a che prezzo. Incuriosito, avrebbe aperto il volume e avrebbe trovato sul frontespizio la citazione di tre versi del Paradiso perduto di John Milton, parole in cui c’era già tutto il senso del romanzo (ma il nostro curioso avventore non poteva saperlo). Poi avrebbe letto il nome dell’editore (piccolo e poco conosciuto, il che avrebbe forse causato una smorfia di disappunto). Nessun autore indicato, ma la cosa non era poi così strana, succedeva abbastanza di sovente con i libri più “di rottura” (e quindi il fuoco della curiosità dell’avventore si sarebbe probabilmente un poco ravvivato). Poi la dedica a William Godwin, non un nome qualunque. Allora assai noto, Godwin era un intellettuale radicale, un precursore del pensiero anarchico e soprattutto era il vedovo di Mary Wollstonecraft, femminista, anticonformista, donna dalla vita privata tempestosa e scandalosa morta di parto quasi vent’anni prima. A quel punto l’avventore avrebbe probabilmente dato una scorsa alla prefazione, in cui si facevano accenni alla fisiologia, alle teorie di Erasmus Darwin e si alludeva a contenuti “forti” dell’opera contenuta nel volume con una certa preoccupazione per possibili scandali pubblici e sconvolgimenti da parte dei lettori. Il nostro avventore londinese avrebbe allora probabilmente preso il libro sottobraccio e lo avrebbe acquistato, pregustando una lettura emozionante…

Con lo stile ormai collaudato con cui rilegge e analizza grandi classici della letteratura, Franco Pezzini - studioso dei rapporti tra letteratura, cinema e antropologia con particolare attenzione agli aspetti mitico-religiosi e al fantastico – si occupa qui di Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley, una delle opere-cardine del XIX secolo e punto di partenza di una vasta iconografia e di un intero immaginario. Pezzini ci aiuta prima a scoprire che il romanzo è probabilmente qualcosa di diverso da quello che siamo abituati a credere: “più che la tragedia di violare limiti imposti da Dio, dalla Natura o dalla stessa ragione (…) è la grande tragedia del non comprendere, del non prendersi carico (…) e anzi del respingere negli inferni del relazionalmente, socialmente, politicamente insignificante chi ci è affidato dalla vita o dal concreto delle nostre azioni”. Non sfugge quindi la coloritura (anche) sociopolitica del capolavoro della diciannovenne Mary Shelley: la creatura è in un certo senso il proletariato, la classe generata dall’industria capitalistica che però rifiuta il modello imposto che è alla base della propria esistenza, lo soffre. Ma tutto è intriso in modo evidente e dolorosissimo di un’altra sofferenza, quella personale e sentimentale della ragazza: orfana, tradita, abbandonata, trascurata, offesa, madre di una bambina morta. E il romanzo è percorso da questo dolore come da una energia elettrica così violenta da rivaleggiare con quella utilizzata da Victor Frankenstein per animare la sua creatura. Come in tutti i lavori di Pezzini, anche in queste più di 350 pagine si ripercorrono pagina per pagina, parola per parola le vicende del libro legandole alla sua genesi, dando vita a innumerevoli, continui “link” di approfondimento (a volte evidenziati anche graficamente in box a se stanti) o semplicemente associazioni di idee, il tutto pescando nella critica letteraria e nella storia ma anche nella cultura pop, nella musica, nel cinema, nei fumetti, generando così un helzapoppin colorato, colto e travolgente.