Genserico

I Vandali di Genserico furono, tra le confederazioni tribali germaniche, tra le più esiziali per l’ormai fragile Impero Romano d’Occidente; sotto Genserico, seppero conquistare l’ormai profondamente romanizzata Cartagine, controllare parte del Mediterraneo, saccheggiare brutalmente l’Urbe (455), mantenendo un regno “eretico cristiano” per quello che fu un secolo circa, non senza sottigliezza strategica. Il professor Magnani racconta chi era questo altrimenti oscuro leader carismatico vandalo, Genserico, tratteggiato dal mezzo goto Giordane (VI sec.) come uno uomo di mezza altezza, zoppo per una caduta da cavallo, “di forte intelligenza, poche parole, spregiatore dei piaceri, facile a scoppi d’ira, avido di bottino, instancabile nel suscitare discordie, pronto ad attizzare l’odio”, questo Genserico considerato oggi dall’augusto professor Umberto Roberto personalità “complessa e inquietante”. L’etimo del suo nome era “gaiza” e “rika”, cioè “lancia” “potente”. Fu un altro disgraziato “flagello di Dio” in quell’epoca di tribolazioni e di suprema decadenza, per la romanità. Adolescente, si formò in un contesto ben poco romanizzato; probabilmente per anni capiva solo poche parole “utili a sopravvivere” ai confini dell’Impero. Per tempo, si sarebbe addomesticato a un diverso uso del Latino. Giovane negli anni in cui le tribù vandale abbandonavano la Pannonia, sotto l’asfissiante pressione degli Unni, passando eroicamente per il Reno ghiacciato, cavalcando poi per le foreste e i campi, sino alle terre dei Galli, assieme a diversi clan di Svevi e di Alani, Genserico era figlio di uno dei re dei Vandali Asdingi, Godegisclo, e di una delle sue concubine (nulla sappiamo di lei; varie e vaste le congetture). Nonostante una terribile sconfitta per mano dei Franchi, ai confini della Gallia (ventimila morti, Godegisclo ucciso), i Vandali, capeggiati a quel punto da Gunterico, fratellastro di Genserico, saccheggiarono Aquitania, Lugdunense e Narbonense, spopolandole. “Di un solo rogo fumò tuttà la Gallia”, scriveva allora il poeta Orienzio; certo non drammatizzava. Venne, dopo due anni di sacchi e di violenze, il turno della Spagna. Passati i Pirenei, forti di un accordo col generale Geronzio, Vandali Svevi e Alani si sparpagliarono tra le regioni; la soluzione fu di breve durata. Tentativi fallimentari dei Romani di ripristinare l’ordine imperiale determinarono nuova e maggiore libertà di movimento, verso Siviglia e verso le Baleari, e poi in Mauritania. Poco a poco, i Vandali stavano diventando anche marinai, esito insolito e davvero inatteso per una federazione di tribù di Germani. Fu sotto Genserico, subentrato a Gunterico (morto forse per un sortilegio), che venne colta la propizia opportunità di scendere nella ricca e paradossalmente circa sguarnita Africa Romana, capitale Carthago, centomila abitanti almeno, fondamentale per gli equilibri alimentari e commerciali dell’Impero d’Occidente. Genserico, “Rex Vandalorum et Alanorum”, tra 428 e 429 spostò circa 80mila persone in Mauritania, ripetendo quei massacri e quelle devastazioni già sperimentate in gioventù in Gallia, con germanica negligenza della pietà e sinistra spietatezza su chiese, basiliche, monasteri e cimiteri, forse esasperata dalla fede eretica ariana. Sconfitto ripetutamente l’esercito romano guidato dal discusso comandante Bonifacio, sulle prime forte di opachi e sfortunati accordi coi Vandali, Genserico seppe manovrare sino a farsi riconoscere “foederato”, cioè (fragile) alleato di Roma, e a farsi assegnare legittimamente tutto il territorio conquistato; era il 435. Di lì a poco, si sarebbe scatenato come pirata nel Mediterraneo; quattro anni più tardi, aveva Cartagine in pugno; il suo antagonismo anti-imperiale era ormai esasperato. A quel punto doveva imparare a coesistere con i suoi nuovi concittadini, con il popolo romano delle province africane e più ancora con gli autoctoni Mauri, che potevano rivelarsi quando leali quando letali; al contempo, doveva tenere a bada, in contesto europeo, i Goti, storici nemici dei Vandali, a volte leali ai comandi romani (bastava pagare). Roma, debole e fragile stava là, a portata di sbarco, e fu così che...

Pubblicato dalla Graphe nella piacevole collana “I Condottieri”, diretta da Gaetano Passarelli, assieme a titoli apprezzabili come Carlo Zen. L’eroe di Chioggia di Nicola Bergamo, la buona e profondamente leggibile monografia Genserico. Il Re dei Vandali che piegò Roma è strutturata in sei capitoli: “La migrazione dei Vandali”, “Il passaggio in Africa”, “La nascita dello Stato Vandalo in Africa”, “Il rafforzamento del regno”, “Il sacco di Roma”, “Il tramonto dell’Impero d’Occidente”. Corredano l’opera una cronologia (390 d.C., allorché i Vandali abbandonano la Pannonia - 477 d.C., morte di Genserico) e, ovviamente, una piccola bibliografia. Nel corso degli ultimi anni, due saggi del professor Umberto Roberto si rivelano particolarmente fertili e prodromici a questa lettura; parlo dell’irrinunciabile Roma Capta (Laterza, 2012) e del recente e ambizioso, e forse leggermente irrisolto, Il secolo dei Vandali. Storia di un’integrazione fallita (21 Editore, 2020). Altrettanto sensato sarà accompagnarla al seducente saggio dedicato al generale romano Bonifacio, dal titolo enfatico L’ultimo Romano, scritto da un outsider come Wijnendaele sempre per la 21 Editore, nel 2017. A quel punto sarà certamente più agevole avere una visione d’assieme su una federazione di popoli germanici altrimenti misteriosa e forse sfigurata dagli odierni preconcetti come quella vandalica; inevitalmente rimarranno aspetti oscuri o poco chiari o degni quando di immaginazione quando di divinazione: ciò dipende principalmente dalle irrilevanti, scarse o nulle fonti. A Magnani va la gratitudine del lettore “non specialista” della materia come il sottoscritto, letterato, per l’estrema chiarezza espositiva, per la buona scrittura e per il raziocinio. Chiudiamo con qualche cenno biobibliografico. Alberto Magnani, meneghino, si è laureato presso l’Università di Pavia. Collaboratore di enti e di varii istituti storici, è specializzato nella Tarda Antichità. Ha curato la versione italiana dei testi mediolatini Navigatio Sancti Brendani (1992), Vita Merlini (1994) e Visio Tungdali (1996). È autore delle biografie Teodolinda la Longobarda (1998, in collaborazione con Yolanda Godoy), Serena l’ultima Romana (2002), Brunilde regina dei Franchi (2006),Giulia Domna Imperatrice filosofa (2008) e Flavio Belisario. Il generale di Giustiniano (2017). Last but not least, cenno alla copertina. Si tratta di una rielaborazione del ritratto di Genserico inciso da G. Scotto, tratto da Filippo Moise, Storia dei dominii stranieri in Italia dalla caduta dell’Impero Romano in Occidenti fino ai nostri giorni (1839).

 


 

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