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Gente di fabbrica

Gente di fabbrica

La crisi è finita, siamo fuori dalla recessione, i conti tornano, l’occupazione aumenta, il lavoro si trova dappertutto. Oppure no. Oppure ciò che ho appena detto è frutto di conti fatti in alto, a livelli dove le parole hanno significati astratti e non più ricollegabili a chi quel lavoro concretamente lo compie. Demerito certamente dell’attuale politica, che ha messo al centro di tutto l’impresa svalorizzando allo stesso tempo il concetto di lavoro, di fatto scomparso dal discorso pubblico. Il mondo della fabbrica, mutando il modo di lavorare e di trovare impiego, si è radicalmente trasformato. Come un cambio repentino di stagione, inatteso e improvviso, il mondo che c’era prima è sparito. La fabbrica come luogo di aggregazione oltre che di produzione, come seconda famiglia, non esiste più, sostituito da un più asettico concetto di postazione, nicchia anonima e temporanea. Per restituire al lavoratore dignità e visibilità occorre ripartire dalla sua quotidianità, dal punto zero dal quale in molti sono stati costretti a ripartire, magari a cinquant’anni, con una famiglia sulle spalle e un mutuo da pagare. Storie di vita che sono anche esempi di concretezza, di ciò che realmente questo nuovo concetto di “Industria 4.0” ha comportato. Daniela, Andrea, Filomena un tempo impiegata e che ora è solamente “piegata”, Nina che definisce la fabbrica “l’altro mio pezzo di vita”, Luciano, Sergio e molti altri fanno parte di quel cosmo umano demotivato, di quella “gente di fabbrica” che la metalmeccanica la viveva non solo come una professione, ma anche come una parte di identità personale, un affetto strappato troppo presto e per motivi incomprensibili…

Raccolte in un piccolo volume, le vite di donne e uomini, metalmeccaniche e metalmeccanici residenti nel Torinese, zona simbolo di questa nuova revisione dell’industria italiana, ripensata e reinventata dall’economia prima solo reale e ora anche digitale che però per strada ha lasciato pezzi di sé. Pezzi che tuttavia non sono oggetti inanimati ma uomini e donne divenuti superflui e pesi ingombranti per un modo di lavorare senza più personalità, senza più contatto e interazione, ma attento solo alla produttività, alla velocità e con a capo quelli che il filosofo Fernando Savater chiama Iap, ovvero gli “idioti abbastanza preparati”. Persone giovani, con un titolo di studio elevato ma che, nella pratica non hanno alcuna esperienza pur pretendendo di dare la rotta a un’azienda e organizzare altre persone con risultati spesso disastrosi. Il punto è che la trasformazione strutturale dell’organizzazione del lavoro e la regolamentazione dell’economia ha imbruttito e svilito il modo di lavorare. In questo piccolo saggio si dice che siamo “lavoratori in transito” e il concetto esprime perfettamente l’idea di precarietà e di fragilità della condizione, o ricatto, attuale che i moderni operai devono accettare se vogliono racimolare qualche soldo. Qui sta il peccato più grande. Quello cioè di svilire le risorse umane e le loro capacità, ridotte all’osso e sfruttate in nome di una produttività asettica. I casi rari di aziende virtuose e in grado di creare un ambiente sereno e stimolante si contano sulle dita di una mano e la triste speranza di oggi è che, almeno questa precarietà duri ancora.