Giovinette

Giovinette

Domenica mattina. Quando Marta si sveglia sono le otto, ma sua sorella Rosetta, che è sempre molto mattiniera, è già nell’altra stanza vestita di tutto punto e intenta a bere il suo caffè con “La Domenica del Corriere” in mano e i piedi allungati su una sedia. La mamma sta ritirando i panni, che la sera prima aveva steso sul filo all’esterno, e ne fa diversi mucchietti sul tavolo - mutande, calzini e maglie - che poi riporrà nei cassetti. Ha sessant’anni, la mamma, ma le rughe intorno agli occhi raccontano di una donna più anziana, più vicina ai settanta. Mentre Rosetta annuncia che le due sorelle andranno ai Giardini e poi, forse, in piscina, si sente picchiettare sui vetri e Marta corre a vedere di chi si tratti. Losanna Stringaro è lì sotto, in piedi, le maniche della camiciola di lino arrotolate fino al gomito per il gran caldo, e le sta attendendo. Le tre amiche, in bicicletta, si incolonnano lungo il viale affollato di famiglie a passeggio e, quando arrivano ai Giardini di Porta Venezia, Giovanna ed i bambini sono già lì. Giovanna è la sorella maggiore di Marta e Rosetta, è sposata con Giuseppe Barcellona, e Graziella e Giacomo sono i suoi figli. Fa davvero caldo e il parco a quell’ora è pieno di persone. Ci sono anche alcune camicie nere e qualche gruppetto di balilla, ma d’altra parte è cosa normale nel 1932. Le ragazze hanno un vago ricordo di quel che c’era prima del fascismo. Sembra quasi che, a volte, prima del Duce non ci fosse assolutamente nulla. A poco a poco arrivano anche le altre amiche: la Zanetti, che è arrivata a piedi, la Lucchi, affannata come al solito. Poco lontano da loro un gruppetto di ragazzi comincia a giocare a calcio. Uno, piccolino e velocissimo, sembra più bravo degli altri e mette la palla in rete quasi sempre. Un tiro più potente del solito, tuttavia, spedisce la palla proprio accanto alla panchina dove sono sedute le ragazze. È un attimo. Rosetta raccoglie il pallone, si sposta la gonna e lo calcia dritto e preciso in direzione del ragazzino...

Un gruppo di ragazze, giovani e piene di sogni, che si muovono in un periodo in cui sognare - e sognare la libertà - è veramente difficile; coraggiose protagoniste che cercano di affermarsi scontrandosi contro due fortezze inviolabili: il fascismo ed il calcio, esclusivo appannaggio maschile. Questa è la storia del romanzo di Federica Seneghini - giornalista di origini genovesi che scrive per il “Corriere della Sera” -, che ricostruisce la storia delle sorelle Boccalini e delle loro amiche, che tra la fine del 1932 e la tarda primavera del 1933 danno vita alla prima squadra femminile di calcio in Italia. Negli anni in cui il fascismo utilizza anche le discipline sportive per controllare la popolazione, un manipolo di ragazze decide di provocare in qualche modo il regime - anche se in realtà il gesto iniziale è animato più dal puro divertimento o, se vogliamo, dalla noia, piuttosto che da una consapevole sfida - tirando quattro calci ad un pallone. Rosetta, la Zanetti, la Lucchi e le altre - donne relegate dal fascismo ad un ruolo subalterno che prevede esclusivamente la procreazione e la cura del focolare domestico; giovani il cui mondo ruota per lo più intorno all’Istituto magistrale di Milano, Rosa Molteni Mussolini - decidono di scendere il campo con la gonna nera ed i calzettoni, per non offendere la morale; scrivono a diversi giornali per imporre la loro voce; si riuniscono alle 18 di ogni mercoledì a casa di una di loro per organizzarsi e parlare; trovano un allenatore ed uno sponsor; ottengono il consenso del presidente del CONI e della Figc; chiedono e ottengono un certificato medico dal direttore dell’Istituto di biotipologia individuale e ortogenesi di Genova, punto di riferimento importantissimo per le teorie scientifiche dell’egida fascista in quell’epoca. Animate da coraggio, passione e volontà, le ragazze fondano il Gruppo Femminile Calciatrici e poco importa se riescono a giocare un’unica partita, l’11 giugno 1933, prima che Achille Starace, gerarca del regime e uomo rigidissimo, appena arrivato a capo del CONI imponga la chiusura della squadra femminile e decida di trasformare le giovani calciatrici in atlete di altri sport, ben più consoni - secondo il suo parere, che coincide con quello del regime - alle donne. Quel che davvero importa è ricordare - e la Seneghini lo fa in maniera eccellente, con una prosa semplice, diretta ed estremamente interessante - la sfrontatezza ed il coraggio che le giovani pioniere hanno mostrato nel tentativo di ritagliarsi il proprio spazio di libertà in un momento storico difficilissimo e cupo e di cercare di affrancarsi da tanti pregiudizi (individuati con precisione dallo storico Marco Giani nel saggio riportato a conclusione del romanzo) contro i quali hanno lottato con una determinazione ed un impegno che vanno assolutamente ricordati ed onorati.

LEGGI L’INTERVISTA A FEDERICA SENEGHINI



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