Gli amici di Emilio

Gli amici di Emilio

Siamo negli anni Trenta, nell’Italia fascista. In un piccolo paese della Sardegna, dove il chiacchiericcio e il sospetto sono pressoché l’unico svago e piacere possibile, un passatempo tollerato anche durante una strettissima dittatura, il podestà del luogo, tale Giovanni Lai, sembra essersi guadagnato un posto di riguardo nel cuore degli abitanti. È amato, rispettato, ha una moglie che nel tempo pare non aver perso la sua antica dolcezza e avvenenza, un figlio, Filippo, brillante e giovanissimo insegnante di filosofia e tanti amici, anche tra le fila del Partito, pronti a sostenerlo e incoraggiarlo. Ma un bel giorno la sua vita cambia. Nel suo ufficio, annunciata da una segretaria convintamente fascista e attivista del regime, va a trovarlo sua moglie. La stessa donna che lui osserva ogni giorno in una foto incorniciata sulla sua scrivania. Quella donna che in quella foto di tanti anni prima stringe tra le braccia loro figlio, piccolissimo e sorridente. Sua moglie è andata a parlargli nel suo ufficio proprio di quel bambino, ora diventato un uomo. Filippo. Lo stimato professore di filosofia innamorato perso di Sara, la dolce bellissima figlia di una famiglia di ebrei. Per la precisione una delle due famiglie di ebrei che abitano nel loro piccolo paese. Le leggi razziali incombono e la paura in seno alle famiglie di origine ebraica inizia a fasi sentire. La famiglia di Sara pensa di lasciare il paese e poi l’Italia e riparare in posti più sicuri, l’altra famiglia di ebrei si rivolge al podestà per essere rassicurata. Giovanni fa quel che può, ma sa che quelle paure non sono affatto campate in aria. E quando la moglie va nel suo ufficio per dirgli in lacrime che se Sara va via il loro unico figlio Filippo la seguirà a ogni costo, Giovanni comprende che la vita che ha trascorso negli ultimi decenni probabilmente sta per concludersi. Su di lui, sulla sua famiglia, sul suo paese si stanno addensando nuvole scurissime, accompagnate come se non bastasse dall’arrivo di una spia dell’OVRA, il servizio segreto fascista, inviato nel piccolo paese forse solo spaventare il podestà così amato dal resto degli abitanti e così “amico degli ebrei”. O forse la stessa spia vuole qualcosa in più. Qualcosa di pericoloso, di definitivo, di compromettente, di estremo. Ma cosa?

Gli amici di Emilio è straordinaria storia in cui il “sentiment” e le atmosfere di un’epoca, di un luogo sono descritte in maniera precisissima, credibile storicamente eppure sognante e allegorica. Graziella Monni fa quasi sentire chi legge in quel tempo, gli fa assaporare le sensazioni e le emozioni di un passato che in molti luoghi ha lasciato ferite profondissime che neppure i decenni sono riusciti a cancellare. Fa sentire al lettore lo sgomento, il dispiacere, il dolore e la forza di chi si trova a combattere contro qualcosa di mostruoso eppure palpabilissimo, immateriale e nonostante questo in grado di fare perfettamente male. Eppure, anche nei momenti più bui e oscuri dell’esistenza umana o del destino di una nazione, c’è sempre qualcosa o qualcuno che segna la strada da percorrere, che si erge a faro per i naviganti, che illumina le tenebre con la luce della speranza. E così tra leggi razziali senza nessun senso, imposizioni dittatoriali, ordini di regime feroci e fatali, un gruppo di amici trova coraggio e sostegno nella figura dell’esule antifascista Emilio Lussu. Deus ex machina di questo straordinario e affascinante romanzo in cui il senso di giustizia, di fratellanza e di resistenza fa sperare e commuovere il lettore fino alle lacrime. Graziella Monni narra tutto questo con una scrittura antica, uno stile superclassico, senza eccessi e senza infiocchettature, un linguaggio così “fuori moda” e per certi versi superato da risultare postmoderno. Qualcosa di unico e originalissimo da cui, forse, molti scrittori in erba avrebbero da imparare. Il piccolo paese di Corilè in Sardegna, inoltre, non esiste davvero, ma risulta talmente perfetto attraverso la penna dell’autrice come ambientazione da far rimpiangere chi legge di non poterlo andare a visitare. Brava la Monni, anzi bravissima, tanto da augurarsi di leggere al più presto qualcosa di nuovo scritto da lei.



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