Gli incendiari

Gli incendiari

Andare all’università non è uno scherzo per Will. Lui non può permettersi l’abbigliamento modaiolo che hanno gli altri né può bighellonare tra feste e mondanità giovanile: si spacca la schiena sui libri e fa doppi turni al ristorante per pagarsi gli studi. Non viene da una famiglia ricca come tanti altri studenti, Will: conosce il senso del sacrificio e dell’impegno. Credeva in Dio, da ragazzino, ci credeva fortemente e sperava che la fede, che Dio stesso avrebbe salvato sua madre dai suoi demoni. Cercava di fare proseliti, si sentiva portatore di un significato. Finché tutto è cambiato nella sua vita e la perdita della fede ha lasciato in lui un vuoto profondo. Il sospetto con cui osserva certi fervidi paladini di qualche credo non può che investire lo strano John Leal, una sorta di predicatore scalzo che s’insinua nei circoli universitari predicando una parola di Dio che fa drizzare le antenne dell’ormai scettico Will. Soprattutto perché i racconti di John, uniti a un certo fascino che riesce a costruire intorno alla sua persona, coagulano intorno a lui un bel numero di studenti tra cui Phoebe. Già, Phoebe. Lei ha anche un nome coreano, perché è da lì che proviene. È bella, energica, ricca e soprattutto libera, una mente aperta. Allora cosa può trovare di seducente nelle prediche di John Leal? Gli incontri col gruppo del santone si fanno sempre più fitti e, anche se Will cerca di mantenere un dialogo con la ragazza di cui si è innamorato, pare che una distanza incolmabile si scavi progressivamente tra loro...

Sarà il fascino dell’ambientazione occidentale con riferimento all’Oriente – la Corea per la precisione, madrepatria dell’autrice, terra conosciuta forse solo per qualche notizia di politica estera. Sarà perché sullo sfondo c’è una tenzone romantica, i due cavalieri che si contendono la bella. Sarà che il tema centrale – il mistico è poco frequente come protagonista di un romanzo. Sarà la costruzione narrativa che porta a una tensione crescente di cui il finale col botto (che è anche l’inizio) è la conclusione perfetta. Sarà che i protagonisti, Will e Phoebe, portano in cuore una croce personale, intima, profonda che suscita empatia in chi legge e che i due risolvono in maniera diversa. Sarà che la figura del santone, John Leal, sembra inizialmente dipinta in maniera realistica finché i toni non sfumano nell’iconografia del martire, al punto da far dubitare della veridicità dei fatti che il giovane si ascrive o che gli vengono ascritti. Fatto sta che, per tutta questa serie di ragioni, le pagine scorrono veloci, la lettura è intensa e il progressivo delinearsi del conflitto interiore di Phoebe e di quello manifesto tra Will e John crea un misto d’ingredienti notevole e ben riuscito, credibile e pieno di pathos. Senza pretese di assolutismo esploriamo, attraverso i protagonisti, possibili modi e momenti per vivere la fede. Un romanzo d’esordio originale che rimette anche al centro della riflessione il senso stesso delle scelte che compiamo, l’orientamento che diamo alla nostra vita. La foto è di Smeeta Mahanti.



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