Gli occhi vuoti dei santi

Gli occhi vuoti dei santi

In una periferia che sembra uno scarabocchio, colorata solo dal verde di erbacce destinate alla continua ricrescita, c’è chi se ne va con un suicidio. Chi coltiva l’assenza con una siringa in vena nel bagno di un bar. E chi se ne va per non tornare più da quelli che fino a ieri erano amici. Andare dove la città prima è città e subito dopo non lo è più: subito dopo è un motorino abbandonato al margine della carreggiata, privato della sella e di una ruota. Per intuire quella realtà lontana bisogna arrampicarsi sul gazometro ed elevarsi sopra le erbacce, guardare lontano per guardarsi dentro… Fleur è incinta, si sta allenando e preparando all’allegria perché, si sa, “i figli portano allegria”. Non è vero. I figli portano quello che capita. A volte una malinconia felice, altre tiepidezza indifferente, altre ancora fastidio: Christine le porterà fastidio… Valerio ripensa al padre che è morto in casa mentre la madre faceva la spesa e rincorre con la mente il fantasma di una sorella che, non essendo mai nata, non ha lasciato nulla di sé, se non lo spazio fisico di un cassetto e del tempo lasciato a lui: tempo affinché i pensieri si possano scrivere… Un adolescente la cui tragedia risiede nell’assoluta normalità esce un’ora prima da scuola e sorprende, non visto, sua madre intenta a fare sesso col genitore di un suo compagno di classe finendo per odiare il candore del proprio padre… Adriana e Carlo hanno quarant’anni ma si sentono vecchi, accusano la stanchezza del loro matrimonio. E allora aprono il ménage ad un trentenne aitante ed entusiasta. Ma quando la cosa prende la piega di una convivenza sarà possibile accettarne le rivelazioni?… Isabel ed il suo amico, una ragazza ed un ragazzo omosessuali, sono passati indenni attraverso l’adolescenza e stanno vivendo l’estate più lunga della loro giovinezza tra VHS di Almodóvar e pizza nel cartone. Ma i VHS stanno per andare in soffitta, il videonoleggio chiude e tutto prende il sapore di un’ultima estate…

“Non è vero che le cose si comprendono quando si semplificano. È che diventano semplici quando si accettano”. Sembra essere questo il trait d’union che collega i 12 racconti che Giorgio Ghiotti riempie di riflessioni e pathos più che di elementi fattuali: una ricerca più o meno riuscita dell’accettazione di sé stessi, dei contesti, delle cose e del tempo. Come la visita ad una casa che abbiamo abitato in passato e che resta nostra in quello che abita dentro di noi. Nostra nei pensieri e nell’evocazione, estranea come l’involucro di un parente morto. Reminiscenze che piovigginano su racconti intimi e minimi facendo fiorire una coltre di sofferenza matura, vissuta e non ostentata: un bagaglio a mano portato con disinvoltura a prescindere dal suo peso. A volte ingombrante ma inevitabile e necessario, come la presa d’atto che “il desiderio d’amore ed il senso di giustizia non vanno a braccetto”. Un aspetto molto apprezzabile è costituito dalla cifra stilistica: Ghiotti riesce a contrassegnare la propria scrittura col sigillo a fuoco, talvolta piegando le regole accademiche di sintassi e punteggiatura in favore della prospettiva narrativa, con un incedere personale e distintivo. L’altro aspetto incoraggiante sta nella dimostrazione che non tutta l’editoria segua la tendenza corrente di ostilità nei confronti dei libri di racconti: Gli occhi vuoti dei santi è un esempio della bellezza di questo genere di nobili origini che viene oggi trascurato in favore di romanzi che hanno più possibilità di vendita di diritti cinematografici e televisivi. Ma non è detto: e se nel frattempo le produzioni delle arti visive riscoprissero il filone dei film ad episodi?



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