Gli oscillanti

Gli oscillanti

Da bambina ci veniva ogni estate, costretta dai genitori a trascorrere le vacanze in questo strano paesino aggrappato alla montagna e nascosto dentro un cono d’ombra quasi perenne. A Crottarda, nei mesi estivi, il sole fa capolino solo per un’ora al giorno, mentre per il resto dell’anno è un confine di luce che illumina l’altro versante della vallata e il paese rivale di Autelor, dove gli abitanti e gli animali cantano e ballano sempre, burlandosi dei crottardesi che vivono costantemente nell’ombra. Quando la giovane etnomusicologa fa il suo ingresso a Crottarda viene accolta da figure mostruose, che sbucano dai vicoli come orribili creature dell’oltretomba. Sono gli abitanti del paese che, con in testa il sindaco, da generazioni si divertono a spaventare i turisti con maschere spaventevoli che loro stessi si costruiscono durante le feste sociali. La giovane studiosa ha però uno scopo ben preciso: condurre un’accurata ricerca sul fenomeno dei canti notturni dei pastori, che sin da bambina popolavano le sue notti riempiendole di fascino e inquietante mistero. Sono armonie strane, voci umane mescolate a versi animali con le quali i pastori comunicano tra loro in un linguaggio tutto da decifrare. Per poterle registrare e studiare, occorre però raggiungere l’alpeggio, ma i crottardesi sono come il bosco umido e buio che circonda il paese, diffidenti e quasi ostili. Solo la giovane e strana Bernardetta, con la quale condivide la stanza che la ospita in paese, accetta di accompagnarla dove i pastori hanno il loro rifugio. I ricordi d’infanzia si sovrappongono alle immagini del presente. Il freddo intenso e l’umidità costruiscono sul soffitto della camera arabeschi e macchie che crescono ogni giorno, penetrano nel corpo della giovane etnomusicologa, sempre più isolata dagli abitanti che la accusano di tradimento per le sue visite al paese di Autelor in cerca di un telefono funzionante. Il mistero dei canti rimane, il bosco è ricco di richiami e i suoi sentieri si perdono dentro alle doline, dove in pochi osano entrare...

Si dice che un tempo i paesi di Autelor e Crottarda fossero popolati dagli stessi abitanti, che d’estate preferivano il fresco e l’ombra perenne di un lato della vallata e d’inverno approfittavano dell’ampia zona di luce e sole dove le case di Autelor stavano aggrappate in un bagno di luce caldo. Poi accadde qualcosa e chi risaliva verso Autelor venne scacciato a sassate e coi forconi. Da quel giorno i due paesi si odiano, ma i motivi nessuno li ricorda più. In realtà, come scoprirà la giovane entomusicologa durante le sue visite, davvero gli abitanti hanno molto in comune tra loro. La stessa invidia e lo stesso livore li pervadono, archetipi di quel campanilismo guasto dei nostri luoghi che molto spesso sfocia in tragedia. L’ambientazione montana è una specie di marchio di fabbrica per Claudio Morandini. La sua natura è sempre simile a una creatura viva che interagisce con i personaggi. Qui la ritroviamo scura, cupa e umida. La immaginiamo fatta di terra nera e fradicia, che fuma non appena un barlume di sole colpisce la dura crosta gelata. Su di essa vivono gli oscillanti, che la giovane entomusicologa definisce così perché in perenne oscillazione tra la loro esistenza “normale” e il lato nascosto. “Oscillano, i miei poveri crottardesi, tra bisogno di nascondersi e necessità di uscire allo scoperto. Tra l’impulso di esprimersi e il mutismo”. E come gli abitanti di questo strano paese sono perennemente in bilico tra una condizione e l’altra, così il loro paese è in costante equilibrio tra l’esserci e il non esserci più. Il luogo in cui sorge, infatti, non è una valle, ma il cono di un’enorme dolina che giorno dopo giorno sta sprofondando. Tonfi sordi e piccoli terremoti accompagnano le misteriose voci di pastori e creature inafferrabili che vivono nei cunicoli del sottosuolo. Il romanzo di Claudio Morandini scava nel mistero di un linguaggio che vuole restare esclusivo, che alla fine non comunica e non contiene messaggi. Ci fa meditare sulle barriere che spesso innalziamo volutamente, perché dietro alle maschere mostruose che ci accolgono c’è sempre la paura di esporsi, di mostrarsi per come siamo.



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