Gli scomparsi

Lucia Pacinotti è un commissario di Polizia chiamata ad assistere al recupero di un cadavere nei boschi dell’Abruzzo, come segnalato da Leone, che dell’uomo è figlio e che è stato portato in Commissariato dopo la denuncia di due turisti che lo hanno visto camminare da solo, lungo la Statale, scalzo e con le unghie dei piedi lunghe, spesse e arcuate come quelle che non vengono tagliate ormai da troppo tempo. In una radura, sotto una collinetta di terriccio, in effetti i poliziotti recuperano un cadavere, pieno di ferite e tagli (soprattutto due a croce) che sono quasi sicuramente la causa della morte e non certo come dichiarato da Leone, che sostiene che il padre ha chiuso gli occhi e non li ha più riaperti, motivo per cui, in un primo momento, hanno pensato a una morte per cause naturali. L’ispettore Mori afferma che il ragazzo ha anche raccontato di aver trascinato il cadavere per giorni, finché si è stancato e lo ha seppellito, ma, come è ovvio, quelle ferite non sono da trascinamento. Oltretutto il cadavere ha le mani legate con una corda. Ai tempi del corso di laurea magistrale in Criminologia, Lucia ha stretto amicizia con un ragazzo un po’ speciale. Si chiama Marco Lombroso ed è il pronipote di Cesare Lombroso, secondo alcuni indicato come il fondatore della criminologia, mentre per altri soltanto uno scienziato pazzo, convinto di poter riconoscere i criminali dalla forma del cranio. Marco detesta questa “parentela”, tanto che a un certo punto abbandona l’Università e si dedica alle traduzioni, grazie alle insistenze della madre Linda, tedesca, che ha fatto di tutto perché il figlio imparasse bene la sua lingua...

Un cognome pesante, Lombroso, per una nuova classificazione della criminalità e dei criminali basata ovviamente non sui tratti fisici, ma sulla psicologia. Eppure, nonostante tanta teoria (pur se basata su fatti concreti che Marco Lombroso mette insieme da una vita), la combinazione di elementi diversi, di indizi, di similitudini, non trova soluzione fino alla fine del thriller, che il lettore non riesce ad abbandonare finché non arriva all’ultima pagina. Brava Alessia Tripaldi, che riesce a calare chi sta leggendo all’interno dei boschi, a portarlo nel commissariato e nella stessa squadra di uomini di Lucia Pacinotti, facendolo sentire parte integrante della storia, con i sensi all’erta e le “rotelle del cervello” che girano senza sosta. Brava nel riuscire a far trattenere il fiato fino all’ultima pagina e brava nell’aver orchestrato una storia così complessa, dura ed esplicativa della potenza traviatrice del cervello umano. Sì, perché è spaventosa questa metodologia di plagio, un lavaggio del cervello tale che è capace di mistificazione e di capovolgimento del fronte bene/male, riuscendo a far mettere in discussione tutto e giustificando per questo le assurde teorie sostenute. Incredibile ancora di più la potenza di quel cervello che, nonostante tutto, non si arrende (nello specifico, quello del piccolo Federico Nelli) e che non cancella. E a fare da sottofondo a una storia da paura, ce n’è un’altra ugualmente spaventosa, anche se sotto certi aspetti più leggera, quella tra Lucia e Marco, divisa tra gli indizi e i perché che ne determinano il fallimento.

 


 

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