Goldstein

Goldstein

Berlino, 1931. Il commissario Rath è uomo d’azione, non uomo di pazienza; non gli si addice particolarmente il compito che stavolta gli è stato assegnato, ossia pedinare un ebreo di Brooklyn, tale Goldstein, che è sospettato di essere un killer inviato dagli Stati Uniti a Berlino a compiere chissà quali eccidi per conto di un qualche clan malavitoso locale. Si tratta di piazzarsi presso l’Hotel dove il sospetto alloggia e, letteralmente, cercare di non dargli alcun respiro. Nel frattempo, in una Berlino in cui sta prendendo piede sempre più la minaccia nazista, con le relative uniformi che stanno invadendo i gangli dell’amministrazione pubblica e che si sentono ormai libere di compiere azioni di ronda spietate e capillari per le strade, il pedinamento di Goldstein si va a intrecciare con una faida intestina scoppiata all’interno dell’organizzazione criminale che fa capo a Johann Marlow, astuto boss cui, suo malgrado, il commissario si trova legato a filo doppio per via di reciproci scambi di favori avvenuti in passato. A complicare ancor di più le cose, ben due ufficiali di polizia finiscono uccisi in poco tempo: il clima politico vorrebbe sia colpa di violenti manifestanti comunisti, ma Rath sa che bisogna cercare altrove i colpevoli e, visto che anche Masrlow è a caccia di chi gli sta facendo fuori i subalterni nell’organizzazione, chissà che per l’ennesima volta uno scambio reciproco di azioni e informazioni possa rivelarsi proficuo…

Il terzo capitolo della saga Goldstein è effettivamente il migliore sinora, come recitano le note di copertina: merito di una trama assai più vibrante, dell’ambientazione sempre più centrata e soprattutto di una narrazione imperniata non solo e sempre sul commissario, bensì variando il punto di vista tramite una sapiente alternanza con Goldstein. Convincente (e meno smielata rispetto ai precedenti episodi della serie) anche la parentesi sentimentale – invero piuttosto complessa e tormentata – con Charlie, la praticante procuratrice con la quale il commissario Rath si è “preso e lasciato” varie volte già in precedenza. Si percepisce che l’equilibrio, a Berlino come in Germania, è sul punto di spezzarsi del tutto per via delle pressioni ideologiche, sociali, economiche (600.000 disoccupati), in un clima che ha pericolose somiglianze con quello attuale. Lo stile si lascia permeare spesso da accenti di espressionismo tedesco, come già evidente anche nel primo episodio della saga, quel Babylon-Berlin che ha ispirato anche un fortunato serial televisivo, e li mescola al giallo, al thriller e alla gangster story, forte di un protagonista che certo accetta molti compromessi, ma senza mai farsene piegare e finalizzandoli sempre all’abile risoluzione dei casi.



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