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Grandi artiste al lavoro

Grandi artiste al lavoro

All’età di dodici anni, Octavia Butler ha una rivelazione folgorante: diventerà una scrittrice. La visione del film fantascientifico Devil Girl from Mars del 1954 la porta a una serie di riflessioni. Primo: è senz’altro capace di scrivere una storia migliore. Secondo: chiunque sarebbe stato in grado di farlo. Terzo: qualcuno era stato pagato per scrivere una storia così orrenda. Così, la giovane Butler inizia a scrivere e mandare un numero sempre più consistente di “storie terrificanti a riviste innocenti”. Dopo il college, si susseguono una serie di lavoretti terribili – tra cui l’ispettrice di patatine fritte – fino a che, con la pubblicazione del suo primo romanzo Patternmaster nel 1976, ottiene un buon successo di pubblico e riesce a vivere grazie al suo lavoro di scrittrice. Donna “beatamente asociale”, negli anni in cui lavora per altri e svolge lavori fisicamente pesanti, Octavia Butler scopre che le ore dell’alba sono quelle a lei più congeniale per scrivere. Infatti, quando rientra a casa, è troppo stanca per mettersi a lavorare e in più ha passato troppo tempo con la gente. Per rigenerarsi, dorme per poi svegliarsi, anche alle due del mattino, rinfrancata e pronta per mettersi all’opera... Ogni giorno Yayoi Kusama si sveglia alle sette, si sottopone alle analisi del sangue e alle dieci lascia il reparto dell’istituto psichiatrico per recarsi al suo atelier dove rimane a lavorare sino alle sei o alle sette di sera. Per le nove, deve rientrare e andare a coricarsi. L’artista giapponese soffre di allucinazioni visive e uditive sin dall’infanzia e per questo motivo nel 1977 chiede di essere ricoverata all’ospedale psichiatrico di Tokyo. La sua arte – concettuale, astratta, coloratissima e psichedelica – le permette di trovare sollievo dalle sofferenze, ansie e paure prodotte dalla sua patologia e le ha permesso di affermarsi pienamente all’interno del panorama artistico mondiale... Pina Bausch, rivoluzionaria coreografa e ballerina tedesca, è l’artefice del cosiddetto Tanztheater, una commistione di danza, gesti teatrali, sequenze oniriche e frammenti di dialoghi. Il metodo di ideazione di una nuova pièce consiste nel porre domande ai membri del corpo di ballo. Pina Bausch ascolta e osserva le risposte dei ballerini alle sue domande. Prende appunti. Rimane in sala prove fino a tardi, cena con il marito e dopo rimane a tavola fino alle due o tre del mattino a pensare... “Io non sono una che pensa molto”, dichiara Marisol in un’intervista del 1964. “Quando non penso, mi viene in mente ogni genere di cose”. L’artista venezuelana María Sol Escobar detta Marisol è sempre stata incline a dichiarazioni tranchant, forse influenzata dalla frequentazione con Andy Wharol che la definì “La prima giovane artista con un certo glamour”. Dopo aver studiato arte a Parigi e New York, Marisol abbandona la strada della pittura per dedicarsi alla scultura “come forma di ribellione”. La sua routine artistica consiste nel recarsi nel suo atelier, dopo essersi svegliata poco dopo mezzogiorno e aver consumato la solita colazione a base di uova e prosciutto, per batter colpi, segare, martellare e carteggiare le sue sculture. Enigmatico personaggio pubblico, era celebre per passare ore e ore ai party e agli eventi mondani senza proferir parola, eventi a cui si recava per trovare un po’ di relax: “perché è alquanto deprimente essere così profonda per tutto il giorno”...

È innegabile. In ognuno di noi si cela una certa pulsione voyeuristica. Senza sfociare nella parafilia, questo desiderio è particolarmente diffuso quando si tratta di conoscere abitudini e manie dei personaggi famosi che vivono e incedono nell’immaginario collettivo avvolti in un alone di fascino, mistero e talvolta di ambiguità, in ragione delle loro vite bizzarre e appariscenti o al contrario per la loro impenetrabile ritrosia. In Grandi artiste al lavoro, il giornalista e scrittore americano Mason Currey imbastisce una miscellanea di biografie di donne che, con la loro arte, hanno fornito un personale apporto al mondo – rappresentato spesso come prevalentemente maschile – della letteratura, del teatro, della danza, della pittura, della scultura, della musica. Il testo procede sotto forma di pillole biografiche – molto scorrevoli, ricche come sono di aneddoti, citazioni e fotografie – che si focalizzano sulle abitudini e sulle routine di artiste appartenenti a culture e a secoli differenti. Lo spettro indagato da Currey va dal Settecento francese fino alla contemporaneità e per organizzare il materiale, lo scrittore non segue il canonico ordine cronologico o alfabetico, bensì raggruppa la narrazione delle vite delle artiste secondo nuclei tematici. Tratteggiando una panoramica assai eterogenea in virtù degli stili di vita e dei caratteri divergenti, appare evidente come l’immagine prototipica e stereotipata della “donna artista” sia un involucro vuoto. Ognuna ha declinato la sua esistenza e la propria competenza come meglio ha creduto, spesso anche – inutile negarlo – combattendo contro le imposizioni della società. Con quest’opera, Currey dà merito alla grandiosità di molte artiste che sono riuscite a giganteggiare nonostante i molti impedimenti che schiacciavano o rubavano loro tempo prezioso, mettendo in luce l’inettitudine di compagni e mariti, che in quanto uomini tutto potevano ma nulla facevano all’interno del focolare domestico. Emblematico è il caso di Clara Schumann: pianista prodigio, sposerà Schumann il quale, pur conscio di quanto avrebbe tarpato le ali a sua moglie, le proibiva di esercitarsi al pianoforte quando lui era intento a comporre. Nonostante il tempo sottratto alla sua arte dagli impegni domestici, dalla cura degli otto figli, dal divieto tirannicamente imposto dal marito, Clara Schumann “tenne almeno centotrentanove concerti in pubblico, testimonianza della sua disciplina e della sua tenacia.” Grandi artiste al lavoro è consigliato per scoprire artiste purtroppo ancora #underrated, ma anche i retroscena più curiosi e divertenti di personalità più conosciute con la leggerezza di chicche aneddotiche, tra una Sarah Bernhardt con il cappello-pipistrello e una leggiadra Pavlova che prima di ogni esibizione non disdegnava “una scodella di brodo, una cotoletta e un dessert alla crema pasticcera”.