Heimaey

Heimaey

Seltún, Islanda. Il poliziotto Kornelíus ed Ida, medico legale, stanno osservando quella che potrebbe essere la scena di un crimine. Un cadavere è appena stato scoperto in una solfatara, grazie alle riprese di un povero videoamatore olandese che, mentre filmava, è caduto spezzandosi la nuca. Il cadavere in questione, nel girato del videoamatore, emerge da un’enorme bolla di silice, per poi sparire nuovamente, aspirato da quella specie di geyser creato dalla stessa silice. Il corpo, scuoiato dalla vita in giù, appare e scompare ogni dieci minuti circa. Chi può essere quel poveretto? Non ci sono turisti che manchino all’appello in zona e nessuno ha denunciato scomparse. Un bell’enigma, pensa Kornelíus, che però deve proprio andarsene, perché una seccatura personale lo sta attendendo, una bella gatta da pelare. Nello stesso momento, sul volo 347 della Icelandair, Beckie sta dormendo contro la spalla del padre, Jacques Soulniz, cronista francese. Beckie e quel viaggio nelle terre d’Islanda sono tutto ciò che a Jacques è rimasto da amare. Il resto lo ha già perduto o distrutto troppe volte. Louise, la moglie, che non c’è più; Beckie, che è scappata di casa per tre anni e che lui ha ritrovato da poco. Forse questo viaggio riuscirà a restituirgli la figlia. Forse a Beckie piaceranno quelle terre tanto quanto erano piaciute a lui nel 1973, quando uno Jacques ventenne era approdato sull’isola e aveva lavorato come volontario negli aiuti dopo un’eruzione piuttosto violenta. Era giovane e libero allora, faceva a pugni, alzava spesso il gomito e si era innamorato di Abbie - cosa che d’altra parte accadeva a chiunque la conoscesse - giovane turista inglese sbarcata sull’isola di Heimaey in un giorno di sole. Sì, forse Beckie capirà chi è stato suo padre e finirà per accettare l’uomo che è diventato. Forse Jacques e la figlia riusciranno finalmente a parlarsi...

Dopo la Mongolia ed il Brasile, teatro dei suoi lavori precedenti, Ian Manook conduce il lettore nella magica e meravigliosa terra d’Islanda, isola antica ricca di tradizioni millenarie, misteriose e a volte cruente, e allo stesso tempo realtà moderna oppressa da problemi economici e sociali. Una terra intensa e sospesa, fatta di luci e tenebre, popolata di elfi e troll e dominata da un clima di diffidenza e sospetto continui. In questo contesto, in cui nulla è come appare e la linea sottile che divide i buoni dai malvagi è quanto mai confusa ed incerta, si intrecciano le vicende del giornalista francese Jacques Soulniz, della figlia ribelle Beckie e di Kornelíus, singolare poliziotto cui spetta il compito di fare chiarezza in un’avventura alquanto contorta e di ricongiungere ciascuno dei fili di una intricatissima tela. Misteri e doppiogiochismi percorrono la storia e riflettono la fragilità ed il tormento dell’animo umano in un romanzo in cui la fatalità interviene spesso a scardinare ogni certezza e a scombinare le carte in tavola, mantenendo altissimo il livello di attenzione del lettore, imprigionato in un crescendo di tensione che riesce ad allentarsi solo di fronte ad un finale straordinario ed imprevedibile. Nel corso della vicenda, piena di suspense, Manook si diverte a creare ad arte una serie incredibile di colpi di scena e di piste false - che finiscono per mandare fuori strada anche il lettore più navigato - e ad evidenziare paure ed emozioni dei vari protagonisti, riuscendo in tal modo a dar vita ad un intreccio complesso e perfettamente congegnato. A conclusione del racconto, ogni particolare trova la propria collocazione e si ricongiunge al resto di una vicenda in cui anche la natura, benché descritta nella sua bellezza, si rivela essere fonte di estremo pericolo. Una scrittura suggestiva per una storia potente, fortemente raccomandata a tutti gli amanti del thriller e del noir.



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