Salta al contenuto principale

Helsinki, dove il punk si è fermato

Helsinki, dove il punk si è fermato

Ole tira a campare tenendo in piedi un bar, da qualche parte nella ex DDR. Ogni tanto pensa ad ampliarlo, o magari a ristrutturarlo, ma non ha troppa fantasia di tornare a chiedere un prestito ai suoi vecchi genitori. Il bar si chiama “Helsinki”, come la città in cui il tour della sua vecchia punk band, gli Automat, avrebbe potuto e dovuto raggiungere l’apice – ma fin lassù no, quei vecchi punk non erano riusciti ad arrivare, per tutta una serie di motivi. E così, Ole si è dovuto accontentare di un’altra Helsinki, più piccola e decisamente più a portata di mano: è una Helsinki popolata da avventori più o meno rovinati e strafatti, o dissociati. Come il suo vecchio compare Frank, l’altro pezzo da novanta degli Automat. Da ragazzini facevano finta di essere i Sex Pistols, volevano chiamarsi Sex Pistols Zwei, ma alla fine avevano cambiato nome, prima The S, poi Automat. A scuola erano piuttosto scalmanati, erano stati cacciati fuori e s’erano ritrovati a lavorare in fabbrica – in una fabbrica di birra. Poteva andare meglio, poteva andare peggio, dopo era andata come doveva andare. Adesso non è che le cose stiano andando proprio come si deve. Frank e Ole sembrano disorientati e confusi dai quarant’anni: i capelli si stanno ingrigendo, loro due stanno smagrendo, occhiaie, rughe, stempiature, disturbi del sonno. Frank continua a lavorare a un’improbabile storia del mondo in cui tutto è collegato a tutto. Ole cerca di non pensare di avere una figlia, da qualche parte della Germania o della Repubblica Ceca, ormai quasi maggiorenne. In ogni caso ha deciso di non legarsi più a nessuna donna. “Dopo anni di esitazione, tentativi ed errori è giunto a questa decisione cruciale, la più cruciale di tutte le decisioni, non essere più interessato alle ragazze perché non vuole complicarsi la vita, perché sta semplicemente meglio da solo”. Ogni giorno si prende una bella pasticca contro il mal di testa, la mattina. A volte rimane in silenzio per giorni interi. A casa sua c’è un bel casino. Sì, c’è una ragazza, Lena, dagli occhi baltici, che bazzica Helsinki – ma lui s’è dato una regola, no? Una regola diversa dagli anni in cui tutto ciò che era bello era punk. “Ragazze. Cibo. Birra. Menefreghismo. Libertà. Risse. Era tutto punk”. Forse era così perché l’Europa era divisa in due, e stare dall’altra parte aveva un sapore diverso. Forse era la giovinezza. Forse era la musica, e basta...

Amaro e malinconico romanzo di transizione dello scrittore boemo Jaroslav Rudiš, da Turnov, classe 1972, tedesco d’adozione, Konec punku v Helsinkách (Praga, 2010) è il suo quarto libro di narrativa. È un libro a metà strada tra un amarcord (forse più “amarcord punk” che “amarcord generazionale”, in senso stretto), un autodafé e un redde rationem, probabilmente in più di qualche frangente vagamente autobiografico. Da un punto di vista storico-documentaristico, al di là della buona quantità di punk band nominate, c’è più di qualche elemento di interesse nella narrazione delle condizioni di vita dei cittadini tedeschi (e dei vicini cechi) degli anni Ottanta, prima della caduta del Muro; qua e là, vengono ricordate le conseguenze del disastro di Chernobyl. In qualche frangente, si registrano descrizioni vicine alla stoccata: “La città era persa nella nullità. Nessuno riparava niente, le case cadevano a pezzi e le strade sprofondavano in se stesse. Tutti erano indifferenti, nonostante gli striscioni propagandistici, le bandiere rosse e l’infinito ottimismo a cui non si poteva sfuggire”. Naturalmente, l’epocale abbattimento della cortina di ferro e la provvisoria sconfitta del socialismo non ha rovesciato il mood e i sentimenti dei punk. No future: no sense. Da un certo punto di vista, i personaggi di questo libro sembrano essere passati incolumi da un regime a un altro. Da altri punti di vista, no: Helsinki, dove il punk si è fermato è il romanzo di una disfatta, e di un’autodistruttività cupissima. Nonostante qualche amore, e qualche vecchio disco, e qualche pasticca (in gioventù, invece, erano funghetti, pare di capire). È la seconda volta che Rudiš viene tradotto da queste parti: ha esordito nel 2002 col romanzo parzialmente autobiografico Nebe pod Berlínem (Il cielo sotto Berlino, Atmosphere, 2010); nel corso degli anni, ha pubblicato anche una piéce teatrale e ha scritto una graphic novel che ha avuto buona fortuna in Francia e Germania (si tratta di Alois Nebel, una trilogia). La traduzione di Tiziano Marasco è stata revisionata da Salvatore Marchese; sono due delle anime della piccolissima Poldi Libri ‒ una casa editrice del padovano, particolarmente sensibile alla letteratura ceca e slovacca, una dozzina di titoli in catalogo. La pubblicazione è stata sostenuta dal Ministero della Cultura della Repubblica Ceca.