Ho fatto la spia

Ho fatto la spia

Nei suoi ricordi rimarrà quello il ricordo più vivido, l’acqua scura e fetida del fiume sotto il ponte di Lock Street che quel giorno sembra aver cambiato colore lungo la sponda, un’acqua viola scuro “del colore di una melanzana marcia”, ribollente e viva come serpenti che si contorcono. È il 2 novembre 1991, Violet Rue ha dodici anni e sta andando a scuola con sua sorella; quello spettacolo la spaventa fino a farla tremare, come un cattivo presagio. “Fu la mattina del mio ultimo giorno d’infanzia”. Lei è la più piccola di sette figli e per questo la preferita di suo padre Jerome Kerrigan, un operaio di origini irlandesi alto, bello, affascinante, duro, rozzo e volgare che ritiene sacra la famiglia e crede che ogni singola cosa vada risolta al suo interno. Sua madre Lula, invece, è una donna stanca, spossata dalle gravidanze, frustrata e intristita dai chili mai più persi, dalle vene varicose, dall’inesistenza di tempo per se stessa e anche dalla assoluta devozione nei confronti di un marito infedele che spesso la sera torna ubriaco dal bar. È un brav’uomo, in fondo, Jerome, basta non contraddirlo e non disubbidirgli. “La famiglia è uno speciale destino. La famiglia in cui nasci e dalla quale non ci può essere scampo”. La notte del 2 novembre Violet Rue sente rientrare due dei suoi fratelli – “fumantini, chiassosi, insofferenti, autoritari”, non hanno fama di bravi ragazzi e ogni tanto finiscono in un guaio -, Jerome Jr di diciannove anni che non vive più a casa e fa l’apprendista nella ditta idraulica dove lavora suo padre, e Lionel che di anni ne ha sedici, non va bene a scuola e ha una sconfinata ammirazione per il fratello maggiore. Lei, Violet, adora entrambi. Ma li conosce bene, sa che quello che le è sembrato di capire quella notte quando è scesa dalla sua stanza e li ha sentiti parlare e ridacchiare eccitati mentre bevevano birra in cucina ha qualcosa a che fare con la notizia che il giorno dopo si legge sul giornale di South Niagara, la cittadina nello stato di New York dove vivono. Alcuni ragazzi hanno aggredito un diciassettenne afroamericano, Hadrian Johnson, giovane promessa della squadra di softball, lo hanno colpito con una mazza da baseball e lo hanno lasciato agonizzante sulla strada. I fratelli le hanno fatto giurare di non dire niente di quello che ha sentito e visto quella notte – la ragazzina li ha visti lavare la mazza da baseball di Jerr – e poi hanno cominciato a guardarla stranamente. Violet, certo, ha giurato ma un certo disagio si è insinuato sempre più in lei da quando a casa sono iniziati i discorsi riguardo quella brutta storia. L’11 novembre Hadrian Johnson muore. Lei racconta il suo segreto a sua madre e poi al prete ma le dicono di tacere. Intanto continua ad avvertire lo sguardo di Lionel che la segue, e poi quelle parole, “Via, Va’ all’inferno, topaccio! Non avrai altre occasioni di fare la spia”. Forse lui non le ha mai dette davvero, non lo sa Violet, ma nella sua testa ronzano di continuo. Un giorno lui la spinge sui gradini di casa ghiacciati per la neve, lei cade, si ferisce alla testa, perde molto sangue. Maldestra Violet Rue, ne combina sempre una! Quel giorno a scuola è così confusa che bastano uno sguardo, una parola di Ms. Micaela e lei rivela il segreto che aveva giurato di tacere. Da quel momento in poi per la ragazza comincia un incubo. Viene allontanata da casa, affidata ai servizi sociali e poi ad una zia, sorella di Lula, a molti chilometri di distanza da South Niagara. Suo padre non pronuncerà mai più il suo nome, sua madre non le parlerà più, in casa sarà proibito nominarla. Violet Rue ha commesso il peccato più grave, tradire la famiglia, e lei lo sa bene: “Perdonare era raro. Dimenticare, ancora più raro. E più eri vicino a papà, più lui faceva fatica a perdonare”…

Nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, la prolifica ultraottantenne statunitense Joyce Carol Oates (che in patria ne ha già dato alle stampe un altro) torna nel microcosmo di South Niagara, sfondo privilegiato per le sue storie, e torna a raccontare la sua America, terra di profonde contraddizioni, violenta razzista bigotta classista sessista, così come – c’è da dire – ci appare nella realtà, oggi più che mai. È la storia di una ragazzina che incontriamo a dodici anni nel 1991 e della sua vita per i successivi tredici anni, del suo esilio e della sua difficile adolescenza e soprattutto dei suoi sensi di colpa che la tormentano da quando, senza volerlo coscientemente, ha denunciato i suoi fratelli, un peccato grave nei confronti della sua famiglia per il quale crede di meritare tutto il dolore che le si riversa addosso. Ecco che questa storia assume presto connotati assai più complessi e, oltre a rivelarsi un impietoso ritratto della società americana, racconta la ferocia dei sentimenti. Violet espia a lungo quella che ritiene la sua colpa, sorretta soltanto dalla speranza di poter un giorno tornare a casa, una immagine, costantemente presente nei suoi ricordi nostalgici, nella quale sembra trovare concretezza per lei il senso stesso di famiglia; non è un caso che l’immagine della casa, in netto rilievo all’inizio, ricompaia in conclusione per chiudere un cerchio e permettere alla ragazzina, ormai donna, di comprendere quale sia il significato vero di famiglia, non necessariamente legato a quello che crediamo. Ci arriverà a capirlo, Violet, ma non ci è dato sapere se in effetti, come sembra suggerire il finale, permetterà a se stessa di essere finalmente felice, dopo aver espiato il suo peccato – o aver capito che, forse, la sua colpa più grave è stata proprio quella di non sapersi perdonare. La denuncia di Oates nei confronti della società americana è più ampia di quello che sembra, parte da un racconto di razzismo – nel quale è protagonista una famiglia che poi così razzista non lo è davvero – ma, senza puntare mail il dito su personaggi maschili, ne evidenzia tutto il sessismo più volgare e ne denuncia la violenza, rivelando come siano tratti connaturati alla società stessa, una società che permette a un gruppo di ragazzini di violentare una coetanea disabile e di farla franca. Eppure il fulcro del romanzo pare essere ancora altrove. Come si sopravvive ai propri sensi di colpa? – sembra chiederci Oates. Violet cresce sentendosi in colpa per la vittima dell’omicidio (e per tutto il tempo del suo esilio manderà in forma anonima il poco che guadagna, lavorando mentre studia, alla famiglia del ragazzo), per i suoi fratelli condannati al carcere, per la morte di uno dei due, per suo padre, per sua madre. Vorrebbe soltanto essere perdonata, vorrebbe soltanto essere amata, questa è la sua fragilità, “Rinuncia a qualsiasi dignità quando vuoi essere benvoluta, amata”. E finisce per essere sempre vittima di uomini che su di lei pretendono di esercitare un potere (suo padre, suo fratello, suo zio, il pervertito professore di matematica, il datore di lavoro) perché lei glielo permette e perché si sente sempre colpevole. Eppure Violet resiste, forte dell’amore che continua a provare per quella famiglia che la tiene lontana. Forse per lei alla fine c’è uno spiraglio, forse un po’ di felicità la piccola Violet Rue se la merita ancora. Questa, quindi, è una storia drammatica, crudele, a tratti angosciante, ma è anche una storia commovente (bellissime le pagine dedicate al cagnolino) che parla di riscatto, di speranza, di forza – “Mantenermi in vita. Evitare di annegare. Questa era la sfida”. -, di libertà conquistata, che trova spazio per la gentilezza, per l’amore, per i legami che nascono timidi ma si rivelano sinceri. Molti hanno definito questo romanzo “femminile” o “femminista”. Sarebbe però riduttivo ritenerlo soltanto questo, tanto è ampio lo spaccato sociale che si apre nella storia di questa donna, tanto è reale la riflessione sui rapporti familiari, sui legami, sul senso stesso di famiglia, sull’amore. Bastino soltanto - per citare uno dei passi più significativi – le implicazioni e le riflessioni che suscitano queste parole: “Una dolorosa verità della vita in famiglia, le emozioni più dolci possono cambiare in un istante. Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro?”. Dritta al cuore come sempre Oates, micidiale nel mettere il dito dove le questioni sono più delicate e le sfumature non tenui. La narrazione, in prima e terza persona per sottolineare i pensieri di Violet, è fluida ma a tratti sincopata, così da rendere lo stato d’animo della protagonista che, dopo la lettura, resta a lungo a fare compagnia al lettore. Il titolo originale del romanzo è My Life as a Rat, perché i topi hanno fama di farsi la spia l’un l’altro, cosa che spiega anche il refrain delle parole che la ragazza sente (o immagina) rivoltele di continuo. Alla base del romanzo c’è un racconto che risale al 2003 intitolato Curly Red pubblicato sull’”Harper’s Magazine” e poi uscito in altre raccolte, ma in una recente intervista al “Guardian” l’autrice ha detto di aver sempre avuto chiare le idee su come si sarebbe sviluppata la storia di Violet. Confidiamo che prima o poi il Nobel venga riconosciuto a questa scrittrice straordinaria che ha spaziato in diversi generi letterari, ha pubblicato oltre cento libri solo tra romanzi e antologie di racconti senza dare mai l’impressione di ripetersi, e ha vinto numerosi premi prestigiosi come il National Book Award.



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