Ho paura torero

Ho paura torero

Primavera 1986. In una Santiago schiacciata dal pattugliamento, dai blackout, con le strade fumanti per i copertoni dati alle fiamme, la Fata dell’angolo rassetta la sua casetta sgangherata. Tre piani con soffitta che lui cerca di agghindare come una torta nuziale con scialli di seta drappeggiati, ventagli, uccelli e fiori ricamati. “Però è simpatico”, spettegolano le vecchiette delle case di fronte, lui e le sue nostalgiche canzoni d’amore cantate in falsetto, “gli manca solo un fidanzato”. La Fata passa i pomeriggi a ricamare tovaglie e lenzuola che ricche aristocratiche e mogli di militari gli commissionano per arredare le loro lussuose case, la radio sempre accesa sintonizzata su programmi musicali, non ha la testa per la politica, si spaventa ascoltando i comunicati di Pinochet o quelli del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez. La sua casa non ha mobili, ma casse, tante, foderate e ricoperte di cuscini, sono tavoli e separé che custodiscono i libri proibiti e censurati di Carlos, quel bel giovane universitario conosciuto all’emporio che gli ha chiesto il favore di custodirglieli. Carlos e i suoi amici si riuniscono in soffitta per studiare la sera, sempre più spesso, in gran segreto, a lui non riesce a negare niente, è innamorata. A qualche riunione neanche Carlos può partecipare e rimangono insieme a chiacchierare e durante queste conversazioni la Fata racconta del suo passato legato alla prostituzione, della morte della madre e delle violenze subite dal padre, che a diciotto anni è scappata e ora a quasi quaranta si nasconde, pur vedendole, dalle brutture della realtà, sognando amori di uomini e cappelli gialli. Un giorno Carlos porta in casa della Fata un pesante tubo di metallo, sembra un siluro, poi la invita a fare una gita in macchina al Cajon del Maipo, dove ogni fine settimana vanno a riposare nella loro villa Augusto Pinochet e sua moglie Lucia Hirirart. È per una ricerca di botanica per l’università, dice Carlos, e la Fata fa finta di crederci, sentimento e complicità tra loro sono cresciuti, prepara il cibo per il picnic e porta con sé una candida tovaglia ricamata con uccellini e angeli, una tovaglia frutto delle sue abili mani e della sua dignità: “Chi avrebbe immaginato che il vero amore ci avrebbe colpito al cuore era già tardi ed eravamo ormai prigionieri dell’errore”...

Come spiega Pedro Lemebel nella pagina iniziale, questo libro nasce da venti pagine scritte nel 1980 e dimenticate in un cassetto. “Ho paura torero” è un verso di una canzone di Sara Montel, attrice spagnola di riferimento per omosessuali, travestiti e transessuali. “Tengo miedo torero”: di chi, di cosa, del toro, del torero, che tu torero venga ucciso? La storia di Carlos e la Fata, quella di Pinochet e sua moglie corrono parallele, fino ad intersecarsi nel giorno del fallito attentato al dittatore il 7 settembre 1986. Tra Carlos e la Fata c’è un’amicizia amorosa, un’eco sentimentale che rimbalza contro la considerazione omofobica dei soldati prima e della società poi. L’attentato a Pinochet fa da sfondo alla storia, per descrivere i difficili momenti che il Cile ha attraversato. La Fata è stata usata? Sembra ovvio, ma lei sapeva chi era e che cosa faceva Carlos: non chiedere, non dire esplicitamente è l’anello della catena che li unisce. Sapere era pericoloso in quei momenti. Ho paura torero è stato per molti anni il libro più venduto in Cile, poi tradotto in tutto il mondo e nel 2006 Lemebel ne ha fatto un adattamento teatrale. È del maggio 2020 la notizia che il regista Rodrigo Sepúlveda sta girando un film tratto da questo romanzo. Nell’adattamento cinematografico la storia è ambientata dopo il terremoto del 1985, comunque metafora di una città rasa al suolo. L’essenza della storia sta in questo amore impossibile tra Carlos e la Fata, vecchio travestito che comunque percepisce questo come l’ultima possibilità di amare e decide di viverla. Va a Lemebel il merito di essere stato il primo a portare all’attenzione della società cilena il tema dell’omosessualità, trasformandosi in un mito della scena artistica cilena e nel simbolo internazionale della liberazione sessuale. È un maestro incantatore che ha sempre creduto nella scrittura e nella cronaca. Ha descritto la vita popolare, le canzoni, la sopravvivenza quotidiana della povera gente e ha criticato l’autoritarismo in ogni sua forma. Nato nel 1952 in un quartiere popolare di Santiago, è morto all’alba di venerdì 23 gennaio 2015, all’età di 62 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura del Paese. In un’intervista televisiva del 2001 al programma Off the Record, Fernando Villagran per concludere gli chiese: “Se andassi in paradiso con quali parole vorresti essere accolto?” e Pedro ammiccando rispose: “Si rinvia al mittente!”.



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